Il sovranismo non è un’ideologia, non è un partito, non è neppure un programma. È un sentimento. A volte rabbia, altre paura. Sempre, diffidenza. Un sovranista non chiede di cambiare il mondo: chiede che il mondo si adegui ai suoi bisogni, volontà, interessi. Che nessuno venga a dirgli chi è, cosa deve fare, a chi deve tendere la mano. Ogni apertura è un rischio. Ogni vincolo è un’imposizione. Ogni altro è una minaccia.
Questo sentimento – che attraversa i continenti e lega leader diversissimi, da Donald Trump a Viktor Orbán, da Vladimir Putin a Giorgia Meloni – ha un tratto comune: mette al centro il “noi”, e costruisce un’identità per esclusione. Se vinco io, perdi tu. Se il mio Paese deve essere sovrano, il tuo deve stare a distanza, viene dopo. Si può sostenere il proprio sovranismo, mai quello degli altri. E infatti, le alleanze tra i sovranismi non durano: sono convenienze temporanee, che preparano le guerre future, come ci ricorda la storia del Novecento (fascismi, nazismo, comunismo sovietico). Il virus del sovranismo, che pareva essere debellato, dopo decenni di conflitti, è tornato a circolare: contagia e inquina, crea muri e fossati.
Le guerre dei sovranismi non sono solo quelle con i carri armati. Ci sono le guerre commerciali, che impongono dazi e sanzioni; le guerre culturali, che colpiscono ONG, minoranze, intellettuali; le guerre contro i migranti, trattati come virus da contenere. È un mondo dove la cooperazione è vista come una debolezza, la comunità internazionale come un intralcio, la democrazia come una palla al piede.
Donald Trump, con la sua dottrina MAGA, ne è il simbolo perfetto. Non ha inventato il sovranismo, ma gli ha dato una casa. Ha trasformato il risentimento in bandiera. Ha detto agli americani: il mondo vi ruba il lavoro, i messicani vi invadono, i cinesi vi fregano, i democratici vi odiano, gli europei vi raggirano. Vi serve un muro. Vi serve un capo. Vi serve un nemico.
Da lì in poi, l’America è diventata il primo Paese sovranista a vocazione globale. Vuole decidere per sé, ma anche per gli altri. Vuole rinchiudersi, ma al tempo stesso dominare. È l’imperialismo del sospetto, la diplomazia dello sgarbo. E non c’è da stupirsi se altri leader, da Bolsonaro a Netanyahu, Milei ne hanno seguito l’esempio: nel linguaggio, nei toni, nell’idea che “la mia nazione prima di tutto” giustifichi ogni altra cosa.
Il populismo, che a lungo è stato trattato come un vezzo di stagione, è diventato una strategia di potere. Serve a screditare ogni forma di opposizione: se critichi, sei contro il popolo. Se dubiti, sei un nemico interno. E così, passo dopo passo, si svuotano i Parlamenti a vantaggio del governo, si intimidiscono i giornalisti, si riscrivono le leggi, si strumentalizza il bisogno di sicurezza, alimentando e creando le paure. Il popolo viene evocato come sovrano, ma solo per legittimare un leader che non risponde a nessuno.
Guardate l’Ungheria, dove Viktor Orbán governa da anni nel nome di una “democrazia illiberale”. Guardate la Russia, dove Putin ha smesso da tempo di nascondere il volto autocratico del potere. Guardate perfino alcune democrazie occidentali, come gli Stati Uniti di oggi, dove il consenso si costruisce con la paura e la propaganda. In tutti questi casi, la sovranità è il pretesto per chiudere, per reprimere, per decidere senza contraddittorio.
Ma il sovranismo ha un problema strutturale: non può costruire nulla di stabile. Non può fare patti duraturi, non può fondare istituzioni comuni, non può affrontare problemi globali. I cambiamenti climatici, le pandemie, le guerre tecnologiche, le diseguaglianze, non si risolvono Stato per Stato. Ma chi crede solo nel proprio “noi” non può vederlo. E allora si rifugia nel sospetto, nella nostalgia, nella propaganda. Il risultato? Un mondo più pericoloso, più armato, più solo. Dove la cooperazione è vista come debolezza, e la forza come unica moneta di scambio. Dove si costruiscono muri più facilmente che ponti. E dove, alla fine, anche i più forti diventano più fragili.
Il sovranismo, purtroppo, non è un virus passeggero. È una mutazione profonda della democrazia moderna. Non la distrugge con un colpo di Stato, ma la svuota dall’interno. Trasforma le istituzioni in gusci, le elezioni in plebisciti, il dibattito in insulto. E ci abitua a vivere con meno libertà in nome di una sicurezza che non arriva mai.
Per questo, oggi più che mai, serve una cultura della convivenza. Una politica del legame. Non per cancellare le identità, ma per riconoscere che nessuna identità può salvarsi da sola. Che la vera sovranità non è l’isolamento, ma la capacità di partecipare. Che difendere la democrazia significa anche avere il coraggio di dire: non basta pensare a sé.







