Ci pensate? Il cosiddetto caso Signorini è diventato un fenomeno di massa prima ancora che un fatto: una valanga di post, commenti, prese di posizione, indignazioni a tempo pieno e assoluzioni preventive, con la partecipazione trasversale di mezza Italia. Senza confini di classe, di reddito, di istruzione, di colore politico. Una democrazia emotiva perfetta, esercitata a colpi di like.
Il punto di partenza è già di per sé un paradosso: lo “scoop” nasce da Falsissimo, il sito riconducibile a Fabrizio Corona, figura che nell’immaginario pubblico incarna da anni una zona grigia fatta di prossimità esibite con poliziotti e magistrati, passaggi frequenti per le patrie galere, posture da dannato che dice la verità perché non ha nulla da perdere. Un personaggio che non gode di reputazione adamantina, eppure “piace”. O, più precisamente, funziona. Perché intercetta un bisogno primario del nostro tempo: la narrazione scandalistica come surrogato della giustizia.
Al centro della scena finisce Alfonso Signorini. Un esercito di fan, un personaggio mediatico potente, un gay “stimato” e rispettato, che improvvisamente diventa – nella percezione collettiva – colpevole fino a prova contraria. Non per una sentenza, non per un accertamento, ma per un’accusa che attecchisce perché si innesta su un ruolo: quello di reggitore del Grande Fratello. Un format che, come l’astrologia, gode di larghissima attenzione privata e di un persistente disdoro pubblico. Tutti lo guardano, quasi nessuno lo rivendica. È trash, dunque non conta; ma proprio perché è trash, tutto è consentito. Anche la gogna.
E qui l’ironia si fa più sottile. Il trash che disprezziamo è lo stesso che alimenta il sistema. Trash che piace, come Corona. Trash che indigna, ma non abbastanza da essere abbandonato. Trash che diventa il contesto ideale per trasformare una comunicazione di garanzia – che sul piano giuridico non significa nulla, e che dovrebbe tutelare – in un verdetto morale anticipato. Nell’immaginazione collettiva, la distinzione tra indagine e condanna evapora. Resta la suggestione.
Nel mezzo c’è Mediaset, che del Grande Fratello si vergogna quanto basta per prenderne le distanze retoriche, ma non abbastanza da rinunciare al business. E c’è Pier Silvio Berlusconi, sollevato dalle ambasce da una mossa che è tutta simbolica: l’autosospensione di Signorini. Un gesto che non significa nulla, ma dice moltissimo. Che cosa vuol dire autosospendersi? Dimettersi non è. Restare non è. È uno stato quantistico dell’etica aziendale: si è e non si è, si paga e non si paga, si assume responsabilità senza assumerla davvero. Non stiamo parlando di una carica istituzionale, né di un ufficio pubblico. Qui l’ambiguità è una scelta comunicativa, non un obbligo.
E poi ci sono i social, che rappresentano la vera arena del processo. Qui l’aspetto pecoreccio diventa panna montata, soprattutto quando entra in gioco l’orientamento sessuale. Alla faccia dello sdoganamento, dell’inclusione, del linguaggio progressivo. Il “diverso” è accettato finché resta ornamentale; quando cade, quando è sospettato, quando è vulnerabile, torna a essere diverso sul serio. La sessualità diventa allusione, arma, sottotesto morale. Non conta ciò che si è fatto o non fatto, ma ciò che si è.
Il risultato è una rappresentazione desolante. Un immaginario collettivo modesto, appiattito su stereotipi che si fingono superati e riemergono con violenza alla prima occasione utile. Un pubblico che si dice maturo, ma si comporta come un tribunale di piazza. Un sistema mediatico che si proclama garantista e vive di anticipazioni colpevoliste. Un’industria culturale che disprezza il trash mentre lo monetizza, e lo usa come discarica morale.
Il caso Signorini, alla fine, dice molto meno di Signorini e molto di più di noi. Della nostra incapacità di distinguere tra giustizia e narrazione, tra responsabilità e reputazione, tra diritto e desiderio di punizione. E soprattutto della nostra ostinata convinzione di essere migliori di ciò che guardiamo, mentre lo guardiamo con passione.