L’Autonomia siciliana compie 80 anni il 14 maggio. Sono tanti, ma gli anni l’hanno logorata, piuttosto che farla crescere. Se fosse una persona fisica, un nonno, l’autonomia non avrebbe nipoti, affetti, amicizie. Vivrebbe in una solitudine spettrale. Se morisse, i funerali si celebrerebbero in un tempio deserto. Il rito verrebbe affidato ad un sacerdote che ha perso la fede.
La specialità della Regione siciliana è diventata una zavorra, è come tenersi in casa un traditore che ha ingannato le volontà di chi l’ha concepita. E allora che rimanga in vita o meno non cambia niente? No, non è così. C’è ancora tanto governo e tanto sottogoverno, dalla sanità alle opere pubbliche, i servizi, le infrastrutture; c’è una montagna di risorse da amministrare, investire, , distribuire, c’è un ruolo geopolitico da far valere, ci sono risorse energetiche che aiutano la bilancia dei pagamenti del Paese, ci sono tesori d’arte e paesaggi unici al mondo da valorizzare.
Eppure, quando nacque, lo Statuto speciale della Regione siciliana anticipava la Costituzione italiana e rappresentò un modello di stato federale.Un patto fra pari, lo Stato italiano e la Regione siciliana. Fu una conquista, un riconoscimento, una medaglia al petto, motivo di orgoglio e di speranza. Lo Stato federale ncontrò una immediata ostinata contrarietà nel centralismo politico e burocratico a Roma; venne giorno dopo giorno spogliato delle sue norme fondamentali in materia di sicurezza e autogoverno (la loro attuazione spettava allo Stato italiano, una faglia…).
Furono però gli stessi siciliani, a Roma e a Palermo, i deputati regionali dell’Assemblea Regionale siciliana – la terza Camera d’Italia era chiamata – a partecipare alla sua devoluzione assistita: diffidenza, contrarietà politica (centralità partitica), instabilità, scandali, malgoverno.
Dagli anni novanta l’autonomia inizia la sua caduta libera. Negli ultimi venti anni la “specialità” perde pure la faccia. Fa arrossire di vergogna ed è una ingiustizia verso coloro che hanno dato il meglio di sé nelle istituzioni. Quando si nuota con gli squali, si sprofonda per starne lontani ed il tratto di mare si guadagna una cattiva fama.
Gli abolizionisti hanno ragione? Vanno capiti ma non si può stare dalla loro parte in linea di principio: l’Assemblea regionale siciliana è un presidio di democrazia. Meglio niente, verrebbe da dire, ma è come privarsi di un pezzo di democrazia, di libertà, di identità e di storia. Lo “sportello” di Palermo per i cahier de doleance, è più vicino di Roma se hai un santo protettore? Il cane che si morde la coda.
I siciliani non c’entrano niente? Sono i siciliani che scelgono i loro governanti, anche quelli che non vanno alle urne. Il dissenso improduttivo, il “comparaggio”politico, il malgoverno, il clientelismo intollerabile ed esasperato sono un macigno da rimuovere. Ma come si fa, se a proporre il menù, sono in larga misura, quelli che manterrebbero inalterate le cose come stanno? Se la cattiva immagine della politica politicante tiene lontana dalle istituzioni la competenza e le buone pratiche, come si fa a cambiare registro?








