Per arrivare a questo punto — quattro esseri umani bruciati vivi nel Cosentino dentro un’auto, le portiere chiuse, il fuoco lasciato a compiere il suo lavoro — non basta un caporale feroce, serve un territorio dove la mafia non è solo pistola, minaccia, estorsione. È controllo, gestione. Serve una cupola che protegge i caporali, li arruola, li usa come guardiani di frontiera, dandogli licenza di intimidire, minacciare, affamare, ridurre alla schiavitù, ammazzare alla luce del sole, senza titubanze né timore.
Le reazioni indignate del giorno non sono solo liturgia, ma indizi di complicità se non denuncia, protesta, si schiera.
La schiavitù dei campi non conviene soltanto ai guardiani, serve a chi semina, raccoglie, compra, trasporta, distribuisce, vende,. Una filiera lunga.
Il caporalato mafioso non è un residuo arcaico. E’ un meccanismo che tiene il passo dei tempi Sta dentro l’esodo dei migranti, dentro il m ercato, dentro la logistica, dentro la grande distribuzione. Che nelle retovie ci siano uomini ricattati, malpagati, trasportati come bestie, è un dettaglio,”l’inevitabile” lato oscuro della competitività.
I migranti, in questo ingranaggio, sono la materia prima. Regolari o irregolari, poco importa. Sono graditissimi quando stanno chini per una giornataa intera, quando accettano il salario mutilato, quando abitano invisibili tuguri, quando diventano braccia senza voce. Tornano invece invasori, delinquenti, ladri di lavoro, potenziali terroristi appena entrano nei comizi, nei social pilotati.
È qui che il sistema diventa complicità e la complicità si fa politica.
Chi sfrutta i migranti nei campi è protetto da chi li maledice nei comizi. La stessa economia che ne ha bisogno li consegna alla paura pubblica. La stessa destra che li usa come bersaglio elettorale prepara il terreno morale a chi li vuole senza diritti. Perché se un uomo viene raccontato ogni giorno come un pericolo, come un estraneo tollerato senza diritti, un invisibile, un clandestino, un irregolare, diventa facile trattarlo come uno scarto, ricattabile.
La retorica dell’invasione non combatte il caporalato. Lo aiuta. Gli offre una giustificazione patriottica. Trasforma lo sfruttamento in difesa dell’ordine e della sicurezza, la brutalità in legge, la schiavitù in necessità. Quei braccianti bruciati vivi erano eretici.: volevano essere pagati per il lavoro fatto, nonostante fossero “niente” e “nessuno”.
Per questo il loro rogo non può essere ridotto a cronaca nera. È un atto politico nel senso più crudo della parola: la punizione di chi rompe il patto del silenzio. Non parla solo degli esecutori, dei padroni nascosti, degli intermediari, delle aziende che chiudono gli occhi, delle istituzioni che non vedono i ghetti, della politica che urla contro gli ultimi e tace davanti ai beneficiari dello sfruttamento.
Se quattro uomini vengono lasciati bruciare perché hanno osato chiedere un salario, non siamo davanti a una tragedia. Siamo davanti a una sentenza eseguita dal sistema. Il fuoco è l’ultima firma, non la prima. Prima c’erano i pulmini, i casolari, le paghe negate, le minacce, le denunce ignorate, il mercato che voleva merce a basso costo e coscienza a costo zero.
Il rogo dei braccianti eretici non è un episodio isolato, un caso limite: la schiavitù non vive fuori dall’economia legale. Le cammina accanto. I guardiani della frontiera di terra sono i guardiani della frontiera di mare. Sono loro la pietra angolare di questa ignominia.
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