Il campione ignoto, quando la visibilità crea zone d’ombra

Christian Riganò era un ragazzo di Lipari, gemma delle Eolie; operaio di giorno e calciatore nel tempo libero, giunge in serie A a tarda età. La sua ascesa è stata lenta, quasi invisibile, in attesa che qualcuno si accorgesse del suo straordinario talento. Questa storia, raccontata nel programma televisivo Sfide, è diventata un emblema di come i veri talenti possano restare nell’ombra, anche in un mondo iperconnesso, sorvegliato dall’intelligenza artificiale. Ma se questo può accadere nel mondo dello sport, che ne è degli scrittori, degli artisti, degli scienziati?

Anche oggi, i talenti crescono nel cono d’ombra delle periferie culturali. Il fortilizio dell’editoria, per esempio, è inaccessibile ai più. Solo pochi eletti, supportati da contatti giusti o dalle risorse economiche, riescono a superare le mura dell’industria editoriale tradizionale. È davvero solo una questione di visibilità o esistono barriere più profonde, radicate nelle usanze oligarchiche di un sistema che premia solo chi è già dentro? In un mondo che proclama apertura e inclusività, le vecchie baronie continuano a presidiare le porte dell’arte e della cultura, lasciando ai nuovi talenti solo poche fessure da cui sbirciare.

Christian Riganò era un nome che, fino a qualche anno fa, suonava sconosciuto alle orecchie di chi non frequentava campi di calcio dilettantistici. Figlio di Lipari, l’isola del vento e dei silenzi, Riganò era il classico operaio con un sogno: segnare, volare, fare goal. E se il calcio, sport popolare per eccellenza, riesce a dimenticare persino i suoi talenti più genuini, cosa ne è del mondo dell’arte, della cultura, della scienza? In un’epoca di accessibilità tecnologica, dove ci raccontano che basta premere un tasto per essere “visti,” quanti Christian Riganò della letteratura, della musica, della pittura languono ancora ai margini, nascosti, ignorati, con solo poche fessure da cui sbirciare il mondo?

La tecnologia ci ha regalato strumenti meravigliosi, ma, ironia della sorte, più connessi siamo e più disconnessi restiamo. La periferia culturale è popolata di talenti invisibili, ed è qui che il sogno diventa una lotta, dove chi crea spesso deve prima sopravvivere, e solo poi, forse, pensare a brillare. Nell’editoria un’oligarchia culturale, un gruppo ristretto, come un comitato di guardiani del tempio, decide chi può entrare e chi deve restare ai margini. Ogni tanto, certo, arriva un talento nuovo, un volto fresco. Ma solo dopo essere stato “benedetto” dal sistema. Senza quella benedizione, si resta sempre e solo una promessa mancata, un potenziale inespresso.

 Le baronie culturali somigliano a castelli medievali: torri alte e mura spesse, protette da chiavi che solo pochi hanno in tasca. L’editoria tradizionale ha creato una macchina così ben oliata che quasi non ci si accorge che, oltre la patina, c’è tanta povertà. La grande letteratura, quella che cambia il mondo, resta talvolta confinata nei margini, schiacciata tra l’esigenza del bestseller stagionale e la lista dei soliti noti da promuovere.

 La visibilità è il talismano del successo. E’ il Santo Graal per cui si è disposti a fare di tutto. Basta uno smartphone, un account social, e chiunque può essere “visto.” Ma essere visti non è la stessa cosa che essere riconosciuti, e questo è il nodo. La visibilità, da sola, è solo una grande illusione: è come vivere sotto un lampione in una notte nebbiosa, dove sì, magari qualcuno passa, ma chi ti vede davvero?

Nell’oceano di contenuti online, tutto diventa effimero. Scorri, clicchi, guardi, dimentichi. Anche se il tuo video diventa virale, anche se il tuo articolo riceve migliaia di like, non sei necessariamente entrato nel circuito culturale che conta. E così, alla fine, gli algoritmi sociali diventano un’altra trappola, un altro castello, dove chi è già visibile diventa sempre più visibile, mentre chi non lo è resta confinato in una landa deserta, sommerso da un mare di contenuti che si perdono nel nulla.

Le autopubblicazioni e le piattaforme alternative, per quanto utili, non godono dello stesso prestigio delle pubblicazioni tradizionali. È come se, al di fuori di un certo circuito, il talento perdesse di valore. Dobbiamo immaginare un nuovo paradigma, dove l’arte non sia solo un privilegio per pochi, ma una risorsa di tutti. Un sistema in cui, finalmente, i Christian Riganò della letteratura, della pittura, della musica, possano emergere e brillare, nonostante le mille barriere. Perché alla fine, l’arte è come il talento: non puoi davvero soffocarla. Prima o poi trova il modo di emergere, anche attraverso le crepe di un sistema opprimente. E quel giorno, forse, potremo dire di aver costruito una cultura davvero inclusiva, che non ha più bisogno di baronie, ma solo di idee e creatività.

Abbiamo pure il diritto di sognare, no? Altrimenti con quale irragionevole tenacia continueremmo a fare il lavoro che facciamo?

 

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