Fra le notizie vere e quelle false c’è una costante competizione, e sono le seconde, ignobili, prive di qualsiasi ad avere la meglio. Le menzogne sembrano disporre di un canale preferenziale: la loro narrazione suscita onde emotive. Nei social una sorta di Spectre domina il mondo; protocolli occulti ed antichi, società segrete decidono le esistenze degli umani. Prevale il sospetto che le cose non stiano come ci viene raccontate. Un veleno che inquina, smarrisce, confonde, incattivisce.
Dietro una pagina di storia, o di grande cronaca, c’è un intrigo impalpabile, misterioso, inconoscibile, a causa del quale la ricerca della verità perde interesse. Il complottismo nasce e si evolve a seconda di ciò che serve, espandendosi lunghe le linee tracciate dalle tecnologie. Le tribù non sono pletore di ignoranti e incolti. La disinformazione come strumento di lotta politica e di guerra c’è sempre stato, oggi corre, arruola, crea comunità.
Una deputata trumpiana, Marjorie Taylor Greene, qualche giorno fa, ha fatto sapere agli americani che il terribile uragano Helene, che ha distrutto due stati americani, provocando devastazione e morte, sarebbe stata provocato artificialmente “e i villaggi spazzati via non verranno ricostruiti perché in quei luoghi vogliono scavare miniere alla ricerca di litio (essenziale per le batterie).”
«Quelli ormai controllano anche il clima”, asserisce Marjorie Taylor Greene.“E chi dice che non possono farlo si copre di ridicolo». Si è guadagnata fama e consenso sostenendo che “le Torri gemelle non sono state abbattute da al Qaeda ma da un complotto; molte stragi nelle scuole americane sono state solo delle sceneggiate e gli incendi in California sono stati provocati dal grande capitale, deciso ad aprire un corridoio per le ferrovie ad alta velocità e per questo ha lanciato raggi laser dallo spazio.”
Sui social italiani si può leggere di tutto, che l’Italia sarebbe al servizio della Corona inglese, che il protocollo di Sion guida menti più autorevoli, che Papa Francesco è il capo della massoneria mondiale ed altro ancora.
Sotto traccia, ma non molto, alcuni italiani vivono dentro la loro caverna mediatica come dentro. un film hollywoodiano, scandito dall’attesa di eventi distruttivi e salvifici. Il nemico è alle porte, bisogna alzare mura, costruire trincee, tornare ad essere padroni di noi stessi, del nostro Dio, del nostro cibo, delle nostre spezie.
Il tribalismo politico e culturale è un fenomeno che, radicato nelle profondità delle paure umane, sfrutta sospetti e complotti per creare divisioni e rinsaldare identità collettive basate sull’antagonismo. In un mondo sempre più interconnesso, si erge come un muro invisibile ma potente, alimentato da narrative che dipingono l’”altro” come una minaccia, qualcosa di cui diffidare e contro cui combattere. Si nutre di intrighi e sotterfugi, dove l’informazione diventa un’arma e la disinformazione uno strumento per manipolare le percezioni collettive.
Nel tribalismo moderno, la lealtà non è solo verso un’idea, ma verso un “noi” che si contrappone a “loro”. I timori atavici vengono risvegliati e amplificati, creando una costante polarizzazione che non lascia spazio alla riflessione e al confronto costruttivo. In questo contesto, i complotti non sono più solo teorie, ma diventano realtà vissute per giustificare azioni e reazioni, rafforzando ulteriormente le divisioni. Ed è proprio in questo ambiente che il tribalismo trova la sua forza, intrappolando i suoi adepti in una rete di sospetti che, alla fine, paralizza il progresso e blocca la comprensione reciproca.
Per chi si lascia trasportare da queste dinamiche, l’”altro” non è più una persona, ma un simbolo, un capro espiatorio su cui riversare paure e incertezze. È un ciclo vizioso, un ritorno al passato mascherato da difesa della modernità, in cui la diversità è percepita come una minaccia anziché come una ricchezza da esplorare
