Stabile la povertà assoluta. Nel 2023 sono in condizione di povertà assoluta poco più di 2,2 milioni di famiglie (8,4% sul totale delle famiglie residenti, valore stabile rispetto al 2022) e quasi 5,7 milioni di individui (9,7% sul totale degli individui residenti, come nell’anno precedente). E’ la diagnosi recente dell’Istat sull’Italia. Nel linguaggio della medicina d’urgenza il paziente non manifesta sintomi di guarigione né segni che lo facciano uscire dal pericolo di morte. Resta in rianimazione, dunque, sottoposto a cure speciale, e deve essere trattato con risorse e costi straordinari. Se la diagnosi è corretta, – l’Istat non è la voce di un partito o del governo, ma la voce dei numeri e dei loro interpetri – la cura non lo è. La povertà resta “strutturalmente” in rianimazione. Mancano i medici, le risorse, la volontà?
Il quadro tracciato dall’Istat nel suo ultimo rapporto sulla povertà assoluta in Italia per il 2023 è drammaticamente stabile. Questi dati, invariati rispetto al 2022, testimoniano l’incapacità del paese di uscire da una situazione cronica, caratterizzata da una povertà “strutturale” che, nonostante gli interventi governativi, rimane gravemente irrisolta.
Uno degli strumenti cardine nella lotta alla povertà negli ultimi anni è stato il reddito di cittadinanza, introdotto per sostenere le famiglie in difficoltà. Tuttavia, le modifiche introdotte dal governo Meloni nel 2023, con la creazione del “Supporto per la Formazione e il Lavoro” (SFL), hanno drasticamente ridotto la platea dei beneficiari. Molti percettori storici del Reddito di Cittadinanza sono stati esclusi dall’accesso ai sussidi, aggravando ulteriormente la situazione di precarietà delle famiglie povere e dei disoccupati di lungo periodo.
Le politiche governative si sono concentrate su misure temporanee e parziali: la mancanza di un piano di sviluppo coerente per il mercato del lavoro, l’assenza di incentivi all’occupazione stabile e dignitosa, e l’incapacità di affrontare il problema del lavoro sommerso continuano a rappresentare ostacoli insormontabili per una reale riduzione della povertà.
Un altro elemento cruciale è l’assenza di una riforma fiscale progressiva capace di ridistribuire la ricchezza. Le politiche fiscali degli ultimi due anni hanno mancato l’obiettivo di alleggerire il carico sui lavoratori a basso reddito, preferendo invece misure che hanno favorito le classi medio-alte. La scarsa attenzione del governo verso l’incremento di un salario minimo effettivo ha ulteriormente aggravato la condizione di milioni di lavoratori poveri, che pur essendo occupati vivono al di sotto della soglia di povertà.
Gli effetti devastanti dell’inflazione, acuiti dalla crisi energetica e dalla pandemia, hanno contribuito all’aumento del costo della vita, mettendo sotto pressione le fasce più vulnerabili della popolazione. Nonostante gli aiuti una tantum messi in campo, come i bonus energetici e il sostegno alle famiglie, l’azione del governo è apparsa disorganica e insufficiente per rispondere alle esigenze di milioni di cittadini.
L’assenza di una strategia a lungo termine per contrastare la povertà assoluta è evidente. Il disimpegno progressivo dalle politiche di welfare e l’assenza di investimenti significativi in settori strategici come l’educazione, la sanità e l’housing sociale sono omissioni gravi, che hanno contribuito a mantenere il problema della povertà in uno stato di “rianimazione”. Nel frattempo, il divario tra le classi sociali si è accentuato. La disuguaglianza economica è aumentata, con le famiglie più povere che vedono peggiorare il proprio potere d’acquisto e le proprie prospettive di mobilità sociale.
Anche la povertà educativa rimane una questione preoccupante: molte famiglie povere non possono permettersi di fornire ai propri figli le opportunità educative necessarie per uscire dal ciclo della povertà, con la conseguente perpetuazione del fenomeno nelle generazioni future.
Se la diagnosi dell’Istat è chiara, altrettanto chiara è la necessità di interventi urgenti e risolutivi. La povertà in Italia non può più essere trattata come un problema emergenziale da affrontare con politiche tampone. La cura deve essere strutturale, sistemica, con un investimento straordinario in politiche attive del lavoro, educazione, servizi pubblici, e un sistema di welfare inclusivo. Senza una strategia coordinata e lungimirante, la povertà resterà, come denunciato, in rianimazione permanente, gravando non solo sui milioni di italiani che ne sono vittime, ma sull’intero tessuto sociale ed economico del paese.
