La Commissione Affari Istituzionali dell’ARS ha approvato il testo del disegno di legge sull’elezione diretta delle province. che rinvia le consultazioni ad aprile del prossimo per impedire che si verifichi “la sciagurata ipotesi delle elezioni di secondo grado”. Quale guaio costituisce l’elezione di secondo grado degli amministratori provinciali per l’attuale maggioranza (centrodestra)? Altrove, l’elezione di secondo grado (i consiglieri comunali votano gli amministratori provinciali) non hanno provocato traumi e rigurgiti. La risposta è semplice: i partiti al governo non si fidano dei loro rappresentanti (elettori di secondo grado) e il numero degli eletti nelle liste civiche, non sono non accetterebbbero i “contratti” dai capipartito. I patti fra capi sono legittimi, le volontà dei consiglieri non arruolabili sono inciuci, una ipotesi sciagurata.
Per quasi quindici anni le amministrazioni provinciali siciliane sono state ibernate: commissari alle dirette dipendenze del governo regionale, un tempo così lungo che è dovuto intervenire la Corte Costituzionale per ricordare all’Assemblea regionale siciliana che il regime di comissariamento non potesse essere ancora tollerato.
Ricordiamo che le province siciliane si chiamano consorzi di comuni, senza esserlo. Lo Statuto speciale della Regione siciliana, che le prevede, non è stato mai rispettato dalla istituzione, il Parlamento regionale, che avrebbe dovuto rappresentare il suo presidio. Non è una eccezione, ma la regola. Gli avversari irriducibili dello Statuto, di fatto la Carta costituzionale della Sicilia, sono i deputati regionali, che si chiamano così, e. non consiglieri regionali come altrove, perché la “specialità” siciliana ha dato alla Sicilia la terza Camera della nazione, appunto l’Assemblea. Lo Statuto è stato smantellato dal centralismo costituzionale da un lato e dal “provincialismo” regionale, che ne ha tradito la volontà.
L’elezione diretta degli amministratori provinciali viene rivendicata con una norma statutaria che assegna alla Sicilia la disciplina elettorale, ma la motivazione politica che sottende a questa rivendicazione contrasta con i disegni dei padri costituenti siciliani, che avrebbero voluto la nascita di Liber Consorzi di comuni. Dovrebbero essere i territori a decidere, in una cornice normativa idonea, con chi stare, questo potere che non è stato mai concesso ai comuni. In qualche caso, come a Gela, una volontà referendaria locale è stata disattesa dall’Assemblea regionale, che non ha riconosciuto l’esito. Una palese violazione di norme deliberate dalla stessa Assemblea.
I quesiti posti all’inizio sulla elezione diretta da conquistare ad ogni costo, hanno una risposta proprio nella tradizione tradimentosa dell’Assemblea regionale, e nella visione “provinciale” della politica siciliana, per la quale la specialità va usata per…non rispettarla. Un paradosso, ancora uno.
