Nel panorama politico contemporaneo, Matteo Salvini, leader della Lega e figura emblematica del sovranismo italiano, non ha mai nascosto la sua ammirazione per Donald Trump. Fin dagli esordi della presidenza americana, Salvini ha espresso un’adesione incondizionata ai principi e ai metodi dell’ex presidente statunitense, considerandolo un modello da seguire per l’Italia. Questa vicinanza, tuttavia, non si limita solo alla retorica populista e all’intransigenza verso i migranti, ma va oltre, abbracciando uno stile politico che riprende persino le espressioni e i gesti tipici di Trump, quasi come se volesse emularne le caratteristiche e le ambizioni in ogni dettaglio.
Fin dal 2016, Salvini ha sostenuto apertamente Trump, difendendo ogni sua scelta politica, dall’inasprimento delle leggi sull’immigrazione alla politica estera isolazionista e improntata al protezionismo economico. La famosa frase “America First” ha trovato nella politica leghista il suo corrispettivo in “Prima gli Italiani,” un mantra che Salvini ha ripetuto in ogni campagna elettorale e che affonda le radici nell’idea di sovranità nazionale a scapito della collaborazione internazionale. Non meraviglia perciò che Salvini abbia manifestato lo stesso tipo di supporto per altri leader autoritari, come Vladimir Putin, al quale si è avvicinato in passato al punto di indossare una t-shirt con il volto del presidente russo in un contesto ufficiale.
La retorica di Salvini si fonda su un apparente paradosso: sostenere un sovranismo estremo, che promuove l’interesse nazionale come obiettivo prioritario, e al contempo identificarsi con leader stranieri che, per definizione, antepongono i propri interessi a quelli altrui. L’idea di “America First” di Trump e quella di “Prima gli Italiani” di Salvini sono espressioni del medesimo pensiero: uno spostamento verso politiche unilaterali che mettono in discussione qualsiasi accordo o collaborazione che possa ridurre la libertà d’azione della nazione in questione.
Il sovranismo, però, non prevede la reciprocità, contiene un vizio di fondo. In un contesto in cui ciascun Paese persegue esclusivamente il proprio tornaconto, inevitabilmente si instaurano tensioni e conflitti. Ogni accordo viene visto come una concessione, ogni trattato come una rinuncia alla sovranità. In tal modo, l’amministrazione Trump, al posto di favorire Salvini, potrebbe invece penalizzarlo. In un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti tornassero a farsi “grandi” secondo il modello trumpiano, l’Italia rischierebbe di trovarsi relegata in un ruolo marginale, o subordinato, rispetto agli interessi americani.
Diversi episodi mostrano come il rapporto tra i due leader non si basi su una reale alleanza paritaria, bensì su un’adesione unilaterale da parte di Salvini. Durante una visita ufficiale negli Stati Uniti nel 2019, Salvini si è dichiarato “l’unico interlocutore in Italia dell’amministrazione Trump.” Tuttavia, la mancanza di una vera e propria intesa strategica con gli Stati Uniti ha rivelato la debolezza di questa dichiarazione. Trump ha sempre trattato l’Italia come una nazione secondaria, senza concedere a Salvini né alleanze privilegiate né supporto concreto in sede europea o internazionale.
L’episodio della t-shirt di Putin è ancor più rivelatore. In quell’occasione, Salvini mostrò il suo supporto a un altro leader sovranista, percepito all’epoca come un baluardo contro l’Occidente. Ma la reazione internazionale fu di grande disapprovazione, poiché indossare il volto di un leader controverso in un contesto diplomatico suscitò polemiche e scetticismo in merito alla serietà delle intenzioni politiche di Salvini. In effetti, il sostegno a Trump e Putin si rivela incoerente, non solo irragionevole “in via di principio”: un sovranista italiano che ammirasse due leader stranieri di paesi le cui priorità restano il rafforzamento nazionale, difficilmente troverà spazio per una collaborazione autentica.
La visione politica di Salvini è una copia surreale (perché pedissequa) del trumpismo: La logica del sovranismo rende inevitabili i conflitti. Se ogni Paese vuole “mettere sé stesso al primo posto,” l’unica alternativa possibile per chi non detiene il primato è la sudditanza. A questo proposito, l’Italia, con un’economia e un’influenza minore rispetto agli Stati Uniti, finirebbe inevitabilmente schiacciata, nel caso decidesse di inseguire l’agenda trumpiana senza una strategia di tutela degli interessi italiani in sede internazionale. Per Salvini, sostenere Trump rischia di rivelarsi dunque una lama a doppio taglio. Da un lato, può suscitare l’approvazione di una parte dell’elettorato più tradizionalista e diffidente verso l’Europa; dall’altro, espone l’Italia a un isolamento sempre maggiore, nella misura in cui sceglie di imitare un modello che funziona solo per chi detiene una posizione dominante sullo scacchiere globale.
