Suppletive di Reggo Calabria, collegio elettorale nazionale, elevato a svolta epocale: niente poteva permettere di accostare Reggio Calabria alla Sassonia, eppure l’hannop fatto: è bastato il debutto di Roberto Vannacci per giustificare il tradimento della realtà. Né il numero degli elettori (milioni in Sassonia, migliaia a Reggio) e la partecipazione insignificante al voto (75 per centro circa in Sassonia, il 22 per cento degli elettori militanti in Calabria), né il contesto sociale, politico, economico, culturale infinitamente diverso, né alcuni parametri di base (Vannacci si presentava con un abito non suo, quello di un forzista, Domenico Giannetta, pezzo da novanta del centrodestra raccattato poche mesi prima).
Se era così improponibile l’accostamento, perché c’è stata una virtuosa gara a farcelo credere? L’attitudine alla menzogna, il cinismo, la visione miope dei “reggenti” politici e dei comunicatori (editorialisti, esperti, sondaggisti ecc)?
Futuro Nazionale presentava la vittoria come una pagina ideologica al suo manifesto oscurantista, servendosi di un vecchio arnese della politica locale, che aveva appena cambiato bandiera. Sapeva bene, Vannacci, che i voti al suo candidato non gli appartenevano. E i commentatori, gli opinionisti, pure.
Così, in ossequio alla narrazione fasulla il centrodestra, con Meloni, esulta, omettendo il calo di voti della maggioranza dell’ordine di parecchi punti percentuali sul risultato pur ragguardevole (51%), senza prendere atto che il suo nemico a destra non è più solo un sondaggio, ma un dato elettorale, che peserà alle prossime politiche con il suo 11 per cento, comunque ottenuto, seppur falsato dallo shopping del generale.
Il centro-sinistra (passato dal 21 per cento al 36 per cento, con il suo candidato Franck Di Benedetto), non esulta e non si rammarica. Silenzio ben custodito: non ha portato alle urne (a Reggio Calabria) gli elettori che hanno consentito il successo al referendum sulla giustizia. Questo dato di fatto avrebbe dovuto suggerire una analisi, forse un mea culpa propiziatorio dopo inerzia e manifestazione di impotenza e di modesta coesione.
Le attenuanti per non avere portato alle urne la “faglia” reggina che al referendum ha tradito i capintesta del centrodestra ci sono. E’ vero che la fiducia nei partiti è ormai ridotta al lumicino (a favore della leadership); che l’onda nera americana ha raggiunto le coste italiane come uno tsunami con gli oligarchi tecnologici e l’algoritmo promozionale vannacciano/meloniano. E’ vero che la concorrenza interna fra M5S e PD si è fatta rumorosa, è vero che le suppletive che devono mandare il candidato in Parlamento per pochi mesi “non tira”, e che la gerarchia dei fatti è impietosa: le famiglie non ce la fanno, imperversano i padroni delle guerre, i malanni sono diventati incurabili per chi non può pagarsi le urgenze. Una gerarchia dei fatti che i militanti , ovunque bivacchino, disconoscono.
