Nella surreale gara internazionale di adulatori in servizio permanente effettivo, che da mesi si contendono il primato della fedeltà atlantica più entusiasta, Benjamin Netanyahu ha sferrato il colpo del campione navigato, lasciando Giorgia Meloni ferma ai blocchi di partenza. L’israeliano, con un guizzo da vecchia volpe della diplomazia spettacolo, ha mostrato in pubblico a Donald Trump la copia della sua proposta ufficiale per conferirgli il Premio Nobel per la Pace. Una mossa tanto plateale quanto efficace: lusinga calibrata, gesto teatrale, effetto assicurato.
Trump, ovviamente, si è detto “lusingatissimo”, e non c’è da dubitare che nella sua testa la cerimonia di consegna sia già avvenuta, con lui in tight bianco sul palco di Oslo, pronto a spiegare come ha portato la pace nel mondo bombardando l’Iran e smantellando l’OMS, Accordi di Parigi sul clima, Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU, riduzione finanziamenti), Accordo globale sulla minimum tax, UNESCO, Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA).
Ma il punto vero è politico. Netanyahu ha capito qualcosa che a Roma non è ancora arrivato: con Trump, non conta esserci, ma contare. Bibi non si limita a compiacere Trump: lo legittima, lo consacra, lo “blinda” moralmente agli occhi di quell’Occidente sempre più post-democratico che applaude al populismo purché in inglese. In cambio, Israele incassa libertà d’azione, fondi, sostegno diplomatico, e un posto in prima fila nella nuova pax americana — che somiglia molto a un’arena.
Giorgia Meloni, invece, resta sulla soglia, cita la NATO con deferenza, si mostra diligente sulla scena internazionale. La sua adesione è totale ma priva di leva. Non porta voti a Trump, non sposta equilibri, non offre materie prime, nemmeno tecnologiche. E soprattutto non osa: mai una parola fuori posto, mai una proposta che infastidisca o sorprenda. La differenza è tutta qui. Netanyahu si muove con la spregiudicatezza di chi sa che la realtà si piega, a volte, a chi la racconta meglio. Meloni, invece, resta impigliata nella parte della prima della classe che ha studiato la lezione americana ma non osa nemmeno scrivere il tema.
Mentre Bibi firma l’invito al Nobel per Trump con lo stesso sorriso con cui altri firmerebbero un’alleanza militare, l’Italia si ritrova a fare da comparsa nel teatro dell’asse Washington-Tel Aviv. Applaude, ma non decide. Aderisce, ma non guadagna. Fa la fila per una foto, mentre gli altri firmano contratti.In conclusione: se questa è una gara di servilismo strategico, Netanyahu è maestro e showman. Meloni, purtroppo, rimane studentessa fuori corso.







