C’è un punto in cui l’irrilevanza si fa sistema e il servilismo strategia. Nelle ultime 48 ore il governo italiano ha offerto al mondo intero un compendio di questa tragica verità: da una parte, la rivelazione (documentata) che il ministro della Giustizia Nordio ha autorizzato — in silenzio e contro un mandato internazionale — il rimpatrio del trafficante libico Almasri con un volo speciale; dall’altra, l’umiliazione diplomatica di Piantedosi, costretto a rientrare da Bengasi con la coda tra le gambe dopo essere stato rifiutato dalle autorità libiche. Non un rifiuto qualunque: un rifiuto politico, pesante, che certifica il ridimensionamento dell’Italia nel Mediterraneo e svela la nuova architettura delle alleanze nel vicino Medio Oriente.
La realtà è brutale: mentre Piantedosi atterrava per cercare collaborazione su migranti e sicurezza, i suoi omologhi libici rispondevano con un gesto inequivocabile — chiusura dei rapporti, almeno per ora. Il governo di Bengasi si muove ormai nell’orbita russa, sostenuto dalla brigata Wagner e interessato a trattare direttamente con Mosca, Ankara, Il Cairo e perfino Parigi.
Nel grande scacchiere mediorientale, si stanno ridefinendo gli equilibri di forza. La Russia, costretta a ridurre la propria presenza in Siria a causa dell’occupazione militare in Ucraina, ha parzialmente ceduto terreno. Eppure, proprio mentre arretra da Damasco, avanza in Libia. In un perfetto gioco a tenaglia, Mosca sfrutta l’occasione per consolidare il suo controllo sulle coste nordafricane, attraverso alleati locali e contractor, esattamente a due passi dalle rotte energetiche italiane.
Nel frattempo, la Turchia di Erdoğan si afferma come potenza mediana imprescindibile, tenendo insieme rapporti stretti con Mosca, presenze militari in Siria e Libia, e un ruolo centrale nei negoziati regionali. L’Italia, invece, si affida a mediazioni flebili e burocrazie stanche, mantenendo il profilo di un paese “pontiere” che nessuno chiama più nemmeno per reggere i microfoni.
Mentre gli equilibri siriani mutano, il Mediterraneo centrale è sempre più un campo di influenza multipla. L’Italia avrebbe potuto giocare un ruolo nella riorganizzazione post-bellica della Siria, magari come interlocutore privilegiato dell’UE, o nella ricostruzione infrastrutturale. Ma il vuoto di visione strategica ha prevalso: Roma ha preferito appiattirsi sulle posizioni americane, evitando ogni azzardo diplomatico e abdicando a qualsiasi velleità autonoma. Un tempo, l’Italia era presente nei teatri di crisi con diplomazia, energia, accordi culturali. Oggi, si presenta con voli segreti, fughe imbarazzanti e richieste di aiuto che non trovano risposta.
Il caso Nordio-Almasri mostra il grado di disinvoltura e opacità con cui il governo italiano gestisce i rapporti internazionali. Cedere un criminale al suo paese d’origine contro un mandato della Corte penale internazionale non è solo una scorrettezza giuridica: è un atto che comunica sudditanza e debolezza. Rifiutare la legalità internazionale per compiacere un partner ostile significa rinunciare a ogni credibilità sul piano multilaterale. Rifiutare la via di fuga, rivendicando il superiore interesse nazionale, è un azzardo prodotto da una consuetudine di arroganza piuttosto che da un bisogno di “verginità”
Dall’Atlantico al Golfo Persico, nessuno oggi guarda a Roma come ad attore geopolitico. Gli americani trattano direttamente con Erdoğan e Netanyahu, i russi occupano lo spazio lasciato libero, i francesi difendono a muso duro i propri interessi nel Sahel e in Nordafrica. La Penisola, una volta ponte tra Africa e Europa (almeno nelle intenzioni), oggi è il pontile galleggiante della marginalità.







