I morti parlano ai vivi. Lo fanno con forza e tenacia. Con i corpi, più che con la memoria, preda storica e fragile di ideologie e sentimenti divergenti quando la disumanità supera il livello sopportabile e l’identità di popolo possiede una irresistibile forza d’attrazaione, come nel caso di Israele e del popolo ebraico.
La loro restituzione, come condizione della tregua appena pattuita, è diventata il principale rischio di una riesplosione del conflitto, un alibi formidabile per i sabotatori inconfessabili e palesi a causa dei ritardi peraltro prevedibili in considerazione delle enormi difficoltà del reperimento dopo due anni di guerra devastante.
La prima conseguenza è stata la chiusura di uno dei valichi aperti dopo l’accordo e il blocco parziale degli aiuti alimentari ed umanitari, cioè dei mezzi per tornare a vivere. Medici senza frontiere, per citare la voce più credibile, ha lanciato un appello perché in Giordania è stato fermato un convoglio che recava un carico prezioso di latrine, delle quali Gaza è quasi del tutto sfornita con immaginabili guai per l’igiene della popolazione sopravvissuta. Le latrine sono più urgenti dei corpi da restituire, ma non in Israele, oggi.
I morti possono trascinare nella tomba i vivi quando a prevalere, seppur sottotraccia, sono i signori della guerra, che in Hamas ed Israele, sanno di perdere la principale risorsa di sopravvivenza. Mascalzonate e insidie, assai prevedibili, trovano tra l’altro nell’arbitro della tregua, Trump, un protagonista egotista incontenibile che non controlla il processo di pace anche per sua scelta: nella sua gerarchia dei valori, la pace degli umani conta molto meno un contratto d’affare. Il miracolo di Trump (titolo del Il Giornale di martedì 14), è il suggello del nostro tempo. Dio ha concesso ad un uomo senza valori una supplenza?
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