Alla vigilia del voto sulla manovra di bilancio in Parlamwnto, Forza Italia ha scelto di uscire allo scoperto: niente tassa sugli extra-profitti delle banche, né al Consiglio dei Ministri né in Parlamento. Un “ukase” senza precedenti, “concetto da Unione Sovietica”, ha tagliato corto Antonio Tajani, ricordando che il ministro Giorgetti aveva promesso di “non disturbare” gli istituti di credito.
Non si tratta solo di un incidente politico. È un passaggio storico: per la prima volta un partito dichiara apertamente la propria fedeltà al sistema bancario. Non più un rapporto occulto o mediato, ma un’alleanza armata. Forza Italia diventa, di fatto, il partito delle banche.
Dietro la difesa di principio un collegamento concreto: Mediolanum è la banca di casa Berlusconi, è parte cospicua della costellazione economica di Fininvest. E se la politica assume la funzione di guardia svizzera dei capitali finanziari, il Parlamento rischia di ridursi a sportello di rappresentanza. L’esposizione “pubblica” del patito di governo danneggia l’intera coalizione ed innesca una miccia. Senza detonatori, assicurano
Probabilmente, come spesso accade, “troveranno la quadra”. Ma la crepa resta: la scena pubblica ha registrato un giuramento di fedeltà, addirittura su un principio di intoccabilità, che segna un confine nuovo — e pericoloso — tra potere politico e potere finanziario. Da oggi, le banche italiane non hanno solo un conto aperto in Parlamento. Hanno un partito.
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