Scioperano, manifestano, rivendicano diritti e libertà altrui, dove si consuma un’ingiustizia, eppure disertano le urne. Non è apatia, ma la convinzione che la politica non sia più lo strumento capace di trasformare quel dissenso in decisione. Un giudizio sedimentato negli anni, fino a diventare abito mentale. Alle ultime regionali ha votato meno di un elettore su due: il resto è rimasto fuori, come se le urne fossero diventate un’abitudine obsoleta. Poco più del 44 per cento di votanti: hanno votato le curve, gli irriducibili, quelli che non mancano mai alla partita. Tutti gli altri — lavoratori, giovani, cittadini senza fanatismi — hanno assistito da lontano, spettatori di un rito che non riconoscono più.
L’astensione ha divorato la maggioranza dell’elettorato: non una crepa, ma un cedimento strutturale. C’è un paradosso nuovo, più incisivo dei vecchi slogan sulla crisi della democrazia: l’Italia è un Paese in cui si scende in piazza più volentieri di quanto si salga ai seggi. La partecipazione civile resiste, talvolta esplode; quella politica evapora. È come se il rito elettorale fosse diventato un’appendice stanca della cittadinanza, mentre il dissenso – in piazza o sui social – incarnasse la forma primaria dell’essere cittadini. Un rovesciamento silenzioso, ma radicale.
Le cause non sono oscure. Da un lato il sistema dei partiti ha perso la propria funzione di mediazione e indirizzo: non è più religione civile né contenitore ideologico. Dall’altro, la lunga stagione dell’antipolitica – dalla prima investitura carismatica di Berlusconi al vaffismo sistematico del M5S – ha eroso ogni residua fiducia. È stata un’operazione culturale prima ancora che politica: delegittimare la funzione rappresentativa per sostituirla con il mito dell’uomo di successo e poi dell’immediatezza, dell’improvvisazione, dell’“uno vale uno”. La dissoluzione delle ideologie ha fatto il resto, liberando energie ma anche lasciando un vuoto che nessun partito ha saputo davvero riempire.
L’antipolitica contemporanea è una lunga corrente sotterranea che ha scavato nella percezione pubblica fino a modificare la forma stessa del consenso. Prima si è rovesciato il rapporto tra partiti e società; poi sono crollate le appartenenze. L’elettorato ha reagito migrando da un leader all’altro, scegliendo ogni volta ciò che appariva più distante dall’establishment: Berlusconi contro la “vecchia politica”; Renzi contro la sinistra tradizionale; Salvini contro l’Europa; Meloni contro tutti in patria, (ma genuflessa all’America di Trump). Una rotazione continua dei poli di attrazione, una crescente insofferenza verso chiunque, una volta al governo, si rivelasse simile ai predecessori.
Il M5S ha incarnato questo processo in forma estrema: nato per delegittimare la politica, ne è diventato parte attraverso un percorso di alleanze – Lega, PD, Draghi – che hanno dissolto il mito dell’alterità. Ciò che resta oggi è un partito sostenuto più dai suoi dispositivi assistenziali (reddito di cittadinanza ieri, bonus edilizi) che dalla sua spinta originaria. L’elettorato del “vaffa” non è scomparso: si è semplicemente ritirato, disilluso, in quella zona grigia dell’astensione dove confluiscono rancore e indifferenza. A trarne vantaggio è stato il populismo d’opposizione, divenuto populismo di governo, quello che si colloca ai margini del sistema mentre lo dirige, che si fa vittima mentre spadroneggia, che si fa patria mentre si consegna al nemico: un modello perfetto per la politica della polarizzazione continua. Giorgia Meloni ha saputo interpretarlo con abilità, navigando nella social-politica, dove il conflitto è la valuta corrente e la semplificazione l’unica grammatica efficace. I social premiano lo scontro, non la complessità; l’indignazione, non la mediazione. È la dimensione naturale di chi costruisce consenso attraverso narrazioni antagonistiche e identitarie.
L’astensione, in questo quadro, non è un accidente ma una conseguenza logica. È il segno di un rapporto incrinato tra società e politica, in cui la prima utilizza la seconda come bersaglio simbolico, non come orizzonte d’azione. Il voto appare un atto inefficace, mentre la protesta – anche quando non incide – sembra più autentica, più vicina alla verità emotiva di una generazione che non riconosce nella politica un luogo di futuro.
Ciò che stiamo osservando è una lezione severa di storia contemporanea: le democrazie non muoiono per assalto, ma per svuotamento. Prima si perde la fiducia, poi l’appartenenza, infine l’interesse. La cronaca delle recenti elezioni non racconta solo un risultato, ma una mutazione profonda.
Cosa resta della rappresentanza quando la società che dovrebbe rappresentare ha già voltato le spalle? Non è l’indifferenza a svuotare le urne: è il sospetto che la politica sia incapace di produrre senso, figurarsi futuro. Così, mentre le piazze si riempiono per la pace, per i diritti, per la difesa delle libertà altrui, i seggi restano deserti. Un paradosso solo in apparenza: la partecipazione si sposta dove la politica non abita più.
Quanti credono che si debba invertire la tendenza, e ridare fiducia alla politica, che è il linguaggio e la cultura della democrazia, devono rimboccarsi le maniche. Il vento del populismo spira in Italia e nel mondo, può contare su alleati potenti. Contrastarlo è impresa titanica, non basta resistere, serve uno spirito di missione.








