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L’antipolitica conquista le istituzioni, la black list del nemico, in patria e in Europa

27/11/2025
in Articoli
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Il governo che parla con Matteo Salvini designa ogni giorno un nemico: lo Stato. Una volta salgono sul patibolo i magistrati, un’altra gli operatori sociali, un’altra l’Europa, i naufraghi che ci invadono, Il governo che parla con Giorgia Meloni processa i sindacati, le piazze delle proteste, i pacifisti, i filosofi che la dileggiano. Le istituzioni si sono barricate, hanno costruito fortezze, in casa e fuori. Si sente insidiato dagli italiani in patria e dagli europei in Europa. E cerca protezione gettandosi fra le braccia del peggior nemico, Donald Trump.

Perché sorprendersi se alle regionali, più della metà degli elettori ha scelto di non scegliere?

Non si tratta di un mistero sociologico, né di un’enigmatica crisi spirituale dell’elettorato: è la conclusione logica di un lungo processo di delegittimazione. Il terreno di coltura dell’astensionismo è l’antipolitica. L’antipolitica contemporanea non esprime un fastidio passeggero: è un’infrastruttura mentale, una pedagogia del disincanto. Ha sedimentato sfiducia, ha polverizzato appartenenze, ha convinto masse crescenti che la politica sia un teatro dell’inganno. L’abbandono delle urne non nasce da una spinta rivoluzionaria, ma da una profonda sfiducia nelle istituzioni, nella politica e nei partiti. L’antipolitica non uccide uomini e donne, come fece il terrorismo, ma è una bomba politica lanciata contro la democrazia. Hiroshima, per la sua potenza e capacità distruttiva. Ma ha una peculiarità: lascia in piedi i palazzi e spazza via quel sostrato democratico risorto all’indomani del Ventennio grazie alle democrazie occidentali e la lotta di liberazione.

L’antipolitica ha inventato una “ideologia”, l’impossibile. Non potendo essere spinta ideale, adotta il populismo, una modalità di governance che trasforma la rabbia, lo sconcerto, l’avversione in adesione totale alle volontà del popolo, che ha sempre ragione. Il suo successo elettorale ha preteso l’assunzione della responsabilità di governo, facendo emergere così una contraddizione in termini, la necessità di tradire la sua aspirazione originaria. L’antipolitica non può governare la politica, deve convertirsi o essere rivoluzionaria fino in fondo, sostituendo la politica, che è strumento della democrazia, con una governance dispotica.

Il partito del “vaffa”, bandiera dell’antipolitica, ha dovuto misurarsi con l’ossimoro, l’antipolitica al governo. Come se un plotone di esecuzione avesse puntato i fucili contro se stesso. Inevitabile la conversione. La transizione ha tenuto in piedi il populismo, praticato con una vasta infrastruttura di assistenza pubblica, dall’assegno di cittadinanza ai bonus edilizi, congeniale al populismo. Ha proclamato la sconfitta della povertà, appena salito sul gradino più alto, Palazzo Chigi, dilapidando la credibilità conquistata grazie a intenzioni radicali. Con la sconfitta del grillismo L’antipolitica non è affatto scomparsa.

A trarne beneficio non è stata la politica, ma il suo doppio: un populismo di opposizione che prospera ai margini della responsabilità istituzionale. Giorgia Meloni incarna questa transizione meglio di chiunque altro: leader di lotta e di governo, interprete di una comunicazione che si nutre di polarizzazione continua, dispute, conflitti amplificati dal sistema nervoso della rete, la social-politica — ecosistema che ricompensa il rumore più che la ragione; non semplice amplificatore, ma il luogo in cui si forma, si deforma e si consuma il consenso.

Il testimone è passato altrove, l’antipolitica è stata accolta nei luoghi che la praticava da sempre come forma di revanscismo e di avversione verso uno Stato estraneo, che non rispetta la trinità di regime- Dio, Patria e famiglia – simboli del Ventennio. Guadagnato il favore popolare, le istituzioni hanno smesso di rappresentare tutti i cittadini, sono diventate una cosa a sé, un nido di aquile, una fortezza assediata. Non potendo proclamarsi fasciste, si rifiutano di dirsi antifasciste.

Il problema non è l’astensione. Il problema è ciò che la rende, per molti, l’unica scelta razionale. Le piazze continuano a riempirsi perché la mobilitazione è ancora un gesto di senso. Le urne si svuotano perché la politica ha smesso di esserlo. I partiti hanno smesso di essere comunità di destino e si sono ridotti a format contingentati, incapaci di proporre idee forti, men che meno di sostenere narrazioni lunghe. La politica, orfana delle sue antiche trascendenze, ha lasciato spazio all’antipolitica, che nel frattempo si è insediata nelle pieghe del discorso pubblico fino a diventare essa stessa un ordine simbolico. Inutile. Su questi presupposti si affermano le tirannie.

 

 

 

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Tags: anipoliticaeuropeiistituzionipartitipolarizzazionetirannieurne

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