Gli analisti di ogni appartenenza non hanno previsto la disfatta. Per timidezza, cautela, sfiducia negli elettori, magari per non sfidare la storia, subire delusioni e alimentare illusioni. E quando la disfatta è arrivata, sono apparsi increduli, colti alla provvista, nonostante le previsioni, pur unanimi; durante lo spoglio non l’hanno annunciata per quella che era: una rivolta popolare, senza confini geografici, religiosi, etnici, sociali. Una rivolta che si è consumata nelle urne, senza forconi né assalti al Campidoglio. Impressionante per le sue proporzioni, narra la metafora di un regicidio: pacifico, ma severo. Pulsioni, sentimenti, bisogni, diversi, suscitati da un’unica volontà: spogliare colui che si era fatto “re”, ripristinare la legittimità popolare, su cui poggia ogni democrazia.
Il Partito democratico statunitense, che si fregia del successo, è bene tenerne conto, non ha niente a che vedere con i nostri partiti. Non ha un organigramma, né sedi di confronto, discussione, decisioni strutturate. Vive nelle istituzioni e nei confronti elettorali. E’ “open”, fluido, nella forma e nella sostanza. Per questa ragione è apparso assente nei due anni di dominio trumpiano. Ci si è pure domandato che fine avesse fatto l’opposizione, silente, forse codarda. Sbagliavamo in tanti. Solo un partito-non partito avrebbe potuto intestarsi una rivolta senza schierarsi.
I timori di una latitanza colpevole e suddita non erano infondati. La classe dirigente americana – di qualunque colore politico – pareva impaurita. Si è nascosta, si è barricata nei giardini di casa e nei luoghi di lavoro; è fuggita alle sue responsabilità, attrezzandosi per sopravvivenza, assistendo inerte al dominio della tecnocrazia della Silicon Valley, alla tirannia della Casa Bianca, alla plateale commistione fra affari privati e potere istituzionale.
Se l’onda blue democratica ha cancellato il “Re”, è merito dei cittadini americani di ogni fede, etnia, colore della pelle, cultura, categoria sociale, che hanno fatto nascere un Parlamento rappresentativo di ogni diversità.
E’ lecito auspicare che l’onda divenga uno tsunami e si abbatta ovunque, dall’Atlantico al Mediterraneo. Il Re di Washington non è stato detronizzata ed ha tanti sudditi anche a casa nostra.
Nel giorno della “corona”, l’insediamento alla Casa Bianca, accanto a Donald Trump, c’erano i cinque tecno- o ligarchi padroni del mondo (12 mila miliardi di dollari, insieme), e la Presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, unica governante straniera invitata.
La disfatta l’ha resa dapprima mutacica, è rimasta senza parole; poi ha prevalso l’orgoglio e l’amore di sé, ed ha rivendicato la scelta del Re. Per attitudine, carattere, comunanza di interessi politici, ideologici. Nessun rimorso, né abiura: la sua alleanza – strategica, politica – e l’amicizia personale “è stata utile all’Italia”, ha affermato con l’alterigia che le è consueta. Come, in quali circostanze sia stata utile non l’ha spiegato. E in che modo avrebbe potuto farlo? “Renderemo l’Occidente grande di nuovo, insieme”, annunciò nelle giornate di grande feeling, prima di essere “scaricata” ed insultata in malo modo.





