Le primarie del campo largo non sono più una partita a due. Conte e Prodi riaprono i giochi, i riformisti cercano spazio e Conte intravede un’occasione.
Giuseppe Conte aveva un dubbio, ora sembra avere una strategia. Temeva che una vittoria di Elly Schlein alle primarie del centrosinistra non avrebbe garantito il trasferimento dei voti del Movimento Cinque Stelle alla candidata premier. Una preoccupazione condivisa, anche fuori dal suo partito: i voti non sono beni mobili, non si trasferiscono per contratto e gli elettori non sottoscrivono patti di coalizione.
A questa prima considerazione se n’è aggiunta un’altra, più insidiosa: Schlein potrebbe vincere le primarie e perdere le elezioni. Conviene conquistare la guida del campo largo e consegnare a Giorgia Meloni un’altra legislatura? Una vittoria di Pirro, dunque, tanto più amara perché ottenuta a spese degli alleati e, forse, dell’unità del suo stesso partito.
Il ragionamento non è privo di fondamento. Le primarie mobilitano soprattutto gli elettori più motivati, le appartenenze più solide, le identità politiche più riconoscibili. Le elezioni politiche richiedono qualcosa di diverso: conquistare gli incerti, persuadere gli scontenti, recuperare gli astenuti. Soprattutto, attrarre quanti non si riconoscono pienamente nella sinistra, ma non intendono per questo consegnarsi alla destra.
Ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo, il padre dell’Ulivo, Romano Prodi, ha ricordato che la platea dei candidati non è necessariamente limitata ai due leader, Schlein e Conte. Non ha indicato un terzo candidato, non ha benedetto alcuna candidatura alternativa, ma ha sottratto al duello fra Schlein e Conte il carattere dell’inevitabilità, aprendo un varco nel quale possono riconoscersi i riformisti democratici, finora prudenti nel contestare apertamente la segretaria, tanto da concederle l’investitura di candidata del PD.
Le ambizioni di Conte non sono percuiò la sola insidia per Elly Schlein. La segretaria è legittimata a candidarsi ma la sua candidatura è contendibile.
Fuori dal Pd, intanto, c’è Matteo Renzi con Casa Riformista. C’è Ernesto Maria Ruffini, che con Franco Gabrielli ha dato consistenza politica a Più Uno. C’è Alessandro Onorato, promotore di Progetto Civico Italia. Non sono comparse da convocare per allargare la platea. Rivendicano un ruolo nella definizione del programma e nella scelta della leadership. Ruffini, proprio in questi giorni, ha proposto alle forze esterne al perimetro tradizionale della coalizione di cercare una sintesi, fino alla possibilità di presentare una candidatura comune alle primarie. È una novità politica tutt’altro che trascurabile. E può produrre conseguenze impreviste.
Se le primarie fossero riservate a Schlein e Conte, la segretaria potrebbe contare sulla forza organizzativa e sulla consistenza elettorale del Pd. Ma se il confronto dovesse allargarsi, gli equilibri diventerebbero più complessi. Un candidato riformista potrebbe contendere a Schlein una parte dei consensi democratici, intercettare il disagio della minoranza interna e attirare elettori estranei alle due principali forze della coalizione.
Più candidati nell’area democratica, maggiori opportunità per Conte, che potrebbe giovarsi della dispersione dei voti altrui.
Naturalmente, tutto dipenderà dalle regole. Primarie a turno unico o doppio turno non sono la stessa cosa. Nel primo caso, la frammentazione può determinare il vincitore; nel secondo, le convergenze successive possono rovesciare il risultato iniziale.
C’è poi un’incognita istituzionale che potrebbe modificare l’intero scenario. La nuova legge elettorale, voluta dal centrodestra, impone alle coalizioni di indicare, al momento della presentazione delle liste, un unico nominativo da proporre al Presidente della Repubblica per l’incarico di formare il governo. Si introduce nella competizione una personalizzazione della leadership, pur senza attribuire agli elettori il potere costituzionale di eleggere direttamente il presidente del Consiglio.
Su questa legge incombono i ricorsi. Non è affatto scontato che la Consulta censuri proprio la disposizione relativa al candidato premier. Ma se quella previsione dovesse restare in piedi, resterebbe, tuttavia, il vantaggio per la coalizione di centrodestra che ha un capo riconosciuto ed accettato.
Chi vince le primarie nel campo largo deve essere accreditato come potenziale vincitore delle elezioni politiche. Attendersi un colpo di teatro all’ultimo momento è lecito, ma sarebbe un miracolo se si trovasse nell’area progressista una figura terza così forte da mutare il corso degli avvenimenti. Dovranno fare di necessità virtù. Mentre la barca di Giorgia Meloni, in piena tempesta, sembra reggere, l’opposizione, pur avendo il vento a favore. imbarca acqua. A causa dello stallo.




