Si vota a maggio. No, a novembre, il 28 domenica. Il balletto della data si balla dentro FDI, il partito della Premier, Malan, capogruppo FDI al Senato, balla da solo: la mattina ha annunciato maggio, la sera settembre, conclusione istituzionale della legislatura, magari dopo una lavata di capo. Un governo che festeggia la stabilità e la longevità, non può perdere la faccia.
Tattica tradita da Malan? Una distrazione, top secret rivelato? Non mi sottraggo ad una audace previsione: maggio, per fuggire dalla voragine dell’inflazione, salute maltrattata, tasse in crescita, bollette e carburante: ogni giorno che passa gli italiani prendono coscienza che le loro tasche sono sempre più vuote.
C’è sempre l’Europa cui addossare ogni colpa. Un vicolo stretto, Giorgia Meloni nello scaricabarile è imbattibile. Ma non basta. Se l’aere si fa fosco, si incendia il bosco e il terreno, seminativo, divien fabbricativo, recitava una strofa sessantottenne griffata dai ribelli del tempo.
La Premier, alle corde, crea “il caso” per scappare, magari con il favore delle tenebre. Che cosa vuole la Premier è facile da indovinare, ma che cosa vogliono Tajani e Salvini, la zavorra da portare sulle spalle durante la scalata?
La legge elettorale, blindata, è benedetta dal Parlamento, salvo complicazioni. Resta l’Italia infognata nella palude. Resisterà il governo ancora un anno? E la legge elettorale passerà l’esame della Corte costituzionale?
Per Forza Italia il tempo può servire a consolidare uno spazio autonomo nel centrodestra; ma troppo tempo può anche aumentare la pressione dei concorrenti alla sua destra. Per Salvini il rinvio consente alla Lega di recuperare terreno e definire meglio i rapporti con l’area di Vannacci; un anticipo restringe invece il tempo necessario per modificare gli equilibri interni al centrodestra.
Per Meloni, maggio avrebbe un vantaggio elementare: accorcia il tempo dell’incertezza, ma può aggiungere variabili negative. Non possiamo attribuirle questa intenzione come fatto accertato; possiamo però constatare che questo è l’incentivo politico oggettivo di chi guida una maggioranza e dispone ancora di una legislatura stabile. Ma significherebbe anche affrontare altri tredici mesi di tensioni, anche interne alla coalizione: tutte variabili il cui andamento oggi non è prevedibile.
Il vero spartiacque, comunque, è la legge elettorale (blindata e ben oleata). Il testo passato dal Senato prevede un sistema proporzionale con premio di governabilità: alla Camera 70 seggi aggiuntivi, al Senato 35, per la coalizione o lista che raggiunga almeno il 40 per cento oppure, in determinate condizioni, prevalga nel ballottaggio. La Corte costituzionale ha già stabilito, con la sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum, che un ballottaggio non può produrre una trasformazione sproporzionata di una forza con consenso anche relativamente ridotto in una maggioranza parlamentare artificialmente costruita. C’è il rischio di trasformare una lista con consenso limitato in maggioranza assoluta.
La Corte costituzionale non dà preventivamente il bollino alla legge elettorale. La questione deve arrivarle attraverso gli strumenti istituzionali previsti. Potrebbe dunque accadere che si entri nella campagna elettorale con contestazioni costituzionali ancora aperte.
Maggio 2027 resta la data politicamente più “pulita” per un anticipo: election day con le amministrative, niente campagna d’agosto, nuovo governo insediato con largo anticipo sulla manovra finanziaria. Settembre-ottobre ha un difetto: campagna estiva e nuovo esecutivo immediatamente alle prese con la legge di Bilancio. La data del 28 novembre 2027permette a Meloni di rivendicare di avere governato cinque anni quasi per interoLa vera alternativa non è maggio contro novembre. È “incassare presto” contro “rivendicare cinque anni”. Più la nuova legge elettorale viene presentata come garanzia di governabilità, tuttavia, meno urgente dovrebbe essere anticipare il voto. La decisione politica sarà presa molto prima, leggendo non il calendario ma i numeri dell’economia, dei sondaggi e degli alleati in grande sofferenza inseguiti da Vannacci, come quel cane che non molla il malleolo. Al generale va bene tutto, anche il proporzionale, che scatta nel caso che nessuna delle due coalizioni raggiungano il 42 per cento. La parità gli dà un potere determinante per tl’intera legislatura (se gli elettori lo vorranno…).





