Le rivolte dei ragazzi in Spagna e Francia dettano l’agenda politica, per amore o per forza, imponendo una priorità ai bisogni di chi ha poco o niente, come la casa in Spagna (affitti, accesso alla casa, salari e precarietà) e l’istruzione in Francia (scuola, università, pensioni, lavoro e periferie). In Italia tanti fuochi, piccole rivolte, criminalizzate dal governo, ed accolta (ma non guidate né adeguatamente rappresentate) dall’opposizione di sinistra. Scintille, scandite da episodi di cronaca, nazionale ed internazionale, che hanno acceso alte onde emotive (Propal e altro) e sospettate dalle autorità di governo di covare la brace del terrorismo. L’Italia ha molte scintille ma poche strutture di combustione politica durevole.
I ragazzi italiani scendono in piazza ma non frequentano le urne. Ma quando lo fanno, fanno la differenza, come nel referendum sulla giustizia. Riusciranno le sinistre a portarli alle urne? E come? Dalla protesta al voto manca il ponte, la capacità di imporre un tema all’agenda nazionale credibile, dotato di qualche forma di traduzione istituzionale.
. La differenza tra Francia, Spagna e Italia non consiste semplicemente nel fatto che “là i giovani protestano di più. Molti giovani praticano una politica intermittente e selettiva: si mobilitano quando percepiscono una posta in gioco concreta e tornano ad astenersi quando la politica istituzionale appare incapace di produrre conseguenze. Lo scarso credito dei partiti valorizza il voto di gestione (interessi, clientele, lobby) e questo una distanza siderale dal soddisfacimenti dei bisogni bisogni basici dei giovani. “I giovani” non costituiscono di per sé una classe politica.
Astensione, manifestazione, attivismo digitale e voto non sono perciò comportamenti contraddittori. I giovani, come suggeriscono tante analisi, vanno piuttosto rappresentati attraverso interessi concreti: la casa, salari d’ingresso, precarietà, costo dell’università, trasporti, autonomia familiare
Sarebbe sbagliato portare la loro protesta dentro i partiti; bisogna costruire un ponte: la protesta deve diventare potere elettorale senza perdere la sua autonomia. Altrettanto sbagliato, anzi deleterio, affrontare i casi di violenza dei ragazzi solo come questione securitaria, trascurando il ruolo del mondo digitale e della scuola, come luogo di formazione della cittadinanza.
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