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Il vittimismo aggressivo come potere. Il capo del governo occupa lo spazio dell’opposizione, la strategia degli autocrati

08/10/2025
in Articoli
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Ospite di Bruno Vespa in “Porta a Porta”, la Premier, Giorgia Meloni, ha rivelato di essere il bersaglio di nemici che vorrebbero ucciderla e di vivere quindi pericolosamente. E’l’ultima denuncia di tante dello stesso tenore, che tracciano un confine fra “lei” e gli altri, quelli che non esprimono consenso al suo governo. C’è una linea sottile — ma in politica decisiva — tra la forza assertiva e il vittimismo aggressivo. Giorgia Meloni l’ha oltrepassata da tempo, trasformando la sua postura comunicativa in un caso da manuale di psicologia del potere: una forma sofisticata di vittimismo passivo-aggressivo, accentuata dall’intonazione patriottica e dal registro da “underdog” permanente. È il linguaggio di chi governa, ma continua a comportarsi come se fosse all’opposizione, di chi domina la scena eppure si presenta come vittima di un sistema ostile.

La Premier ha reso il tono della denuncia il suo marchio di fabbrica: la sua oratoria è costruita sulla colpa altrui, sulla rivendicazione perenne e sulla drammatizzazione di ogni dissenso. Come nel profilo delineato dalla psicologia (la psicologa Elena Sepe si è occupata del vittimismo aggressivo), Meloni tende a «scaricare la responsabilità» su interlocutori sempre nuovi: la stampa, l’opposizione, la burocrazia, l’Europa. È una retorica che evita la chiarezza — “non ci lasceremo intimidire”, “non ci fermeranno”, “non ci capirebbero mai” — e preferisce l’ambiguità delle mezze frasi, l’indignazione costante, il tono del rimprovero e l’uso del sarcasmo.

Il suo linguaggio politico non è mai realmente assertivo: non indica obiettivi concreti né produce risposte operative. È piuttosto un meccanismo di spostamento dei fatti e della frustrazione, una comunicazione che veicola rabbia e disapprovazione senza mai ammettere la quota di responsabilità di chi governa. Il risultato è una narrazione continua del “noi contro loro” — dove “loro” sono, di volta in volta, le élite, i giornali, i giudici, l’opposizione, l’Europa — funzionale a mantenere mobilitato un consenso identitario fondato sull’assedio.

Nella dialettica melonica il sarcasmo ha sostituito l’ironia. Non è un gioco d’intelligenza, ma una forma di aggressività protetta: serve a ferire senza esporsi, a “colpire in difesa”. La differenza è sostanziale: l’ironia unisce, il sarcasmo divide. Come nella descrizione di Sepe, il sarcasmo «serve a sfogarsi sui malcapitati di turno» e a trasformare la frustrazione in potere comunicativo. È la cifra retorica che distingue Meloni da qualsiasi predecessore italiano: non un linguaggio di governo, ma di rivalsa. Ogni volta che si sente attaccata, la Presidente rilancia come se fosse ancora in campagna elettorale, rievocando la “lei di ieri”, l’outsider, la donna sola contro il sistema. È una regressione controllata, un ritorno voluto al trauma politico originario — l’esclusione, il sospetto, l’ingiustizia — che alimenta il mito della combattente perennemente sotto assedio.

Questo schema, efficace sul piano emotivo, è disfunzionale sul piano istituzionale. Un capo di governo che parla come capo dell’opposizione genera una distorsione comunicativa strutturale: la legittimità del potere si fonda sulla contrapposizione e non sulla responsabilità. Da qui deriva l’anomalia italiana odierna: un esecutivo che si nutre del conflitto e non della stabilità, un governo che si legittima più attraverso la denuncia degli “altri” che attraverso la propria azione.

Meloni ha costruito un brand politico fondato su questa tensione permanente: la vittima al potere, la leader che non smette di essere sfidata anche quando ha vinto. È un paradosso che funziona — emotivamente galvanizzante per la base — ma logora la cultura politica di un Paese, spostando il linguaggio pubblico dall’argomentazione alla recriminazione, dal confronto al sospetto. Ha però un vantaggio, sta in scia del linguaggio autocratico di Donald Trump, l’amico americano.

In un contesto democratico maturo, il linguaggio del governo dovrebbe essere quello della responsabilità e della composizione, non della denuncia e dell’attacco. Ma nella “melonian age” la comunicazione politica è diventata un campo di proiezioni emotive, dove la forza del leader non si misura nella capacità di decidere, ma in quella di mostrarsi ferito.
L’Italia vive così una curiosa inversione: il potere parla la lingua del risentimento, e l’opposizione — spesso confusa, afona o intimidita — finisce per sembrare più istituzionale del governo. È il trionfo del vittimismo come strumento di comando: una retorica corrosiva che, a forza di cercare colpevoli, rischia di cancellare la nozione stessa di responsabilità politica.

 

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Tags: aghgressivodisapprovazionedisfunzionaledistorsionefrustrazioneGiorgia Melonirabbiarecriminazionesarcasmovitimismo

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