Il 2 ottobre Schlein ha rivendicato il maggior peso del Pd nella costruzione del programma — «non è che uno vale uno», il Pd ha il doppio dei voti del M5S — e Conte ha risposto che, a questo punto, «non ci sono alternative alle primarie». La partita per la leadership è già cominciata prima ancora che siano fissate le regole. Il suggello è arrivato dallo scambio di vedute, piuttosto teso, fra Giuseppe Conte e Elly Schlein. Un paradosso: una competizione per sé divisiva è il collante dell’unità. La coalizione dovrà passare attraverso il giogo delle primarie.
Le ambizioni, entro certi limiti legittime dei due leader, Schlein e Conte, sono rafforzate, dalle tifoserie che si sentono traditie se il loro condottiero mostra arrendevolezza. Gli effetti collaterali sono stato accettati. Accanto al rammarico dei perdenti ed allo spirito di rivalsa che potrebbero suscitare vendetta o diserzione, va preso in seria considerazione un elemento finora trascurato: il danno reputazionale causato da fattori esterni e non controllabili.
Le primarie aperte permettono l’accesso anche a partecipanti “esterni”, infiltrati: non solo simpatizzanti, dunque, ma avversari. Attese al varco, potrebbero diventare un bersaglio per sortite, trappole, agguati. Offrono quel che serve per una narrazione sfavorevole. Ogni episodio, anche il più irrilevante (polemiche, contestazioni, incidenti ai gazebo, accuse di scorrettezze e irregolarità), sarà gonfiato a dismisura per costruire una immagine negativa della coalizione di centrosinistra alla vigilia del voto.
Gli effetti collaterali saranno provocati dal fuoco amico, svolgendosi nel perimetro delle alleanze, e dalle imboscate e insidie esterne.
Le strategie belliche, le armi, si servono dell’intelligenza artificiale, che calcola i morti ed i feriti che ogni azione militare prevedibilmente provocherà. Le vittime sono misurate in percentuale. La misura delle perdite accettata dipende tuttavia dal livello di tolleranza.
Quanto misura l’asticella della tolleranza, il tasso di frizione coalizionale, la quota di fuoco amico? Un numero? Direi il 5/10 per cento. Non come previsione del risultato elettorale, ma come asticella di tolleranza. Il calcolo è semplice. Immaginiamo che lo sconfitto delle primarie raccolga il 40-45% del voto. Se appena un elettore su dieci di quel blocco, dopo una campagna particolarmente aspra, decidesse di non seguire il vincitore, la perdita sarebbe già del 4-4,5% del bacino coalizionale. Basta aggiungere mezzo punto o un punto di erosione provocato dalla cattiva rappresentazione pubblica della contesa per arrivare attorno al 5%.
Cinque elettori ogni cento, se va bene, sono il prevedibile “danno collaterale” che una coalizione può permettersi di considerare fisiologico; oltre, le primarie smettono di essere uno strumento di mobilitazione e cominciano a consumare il capitale elettorale che dovrebbero accrescere.
C’è poi il paradosso: le primarie vengono scelte come certificato dell’unità proprio perché l’unità non è sufficiente a scegliere il candidato senza una conta. Sono contemporaneamente il collante e la prova di rottura.
Schlein e Conte stanno decidendo implicitamente quanto fuoco amico può sopportare il campo largo. Se la franchigia è il cinque per cento, sopra quella soglia le primarie non selezionano più il leader: selezionano anche una quota di elettori da perdere.





