Come spiegarlo?
L’apparente paradosso si scioglie soprattutto distinguendo il giudizio sull’operato del governo dalla scelta elettorale. Non hanno lo stesso denominatore.
Le rilevazioni più recenti confermano comunque il clima negativo sul governo, anche se i numeri variano secondo l’istituto. YouTrend, tra il 18 e il 22 settembre, rilevava il 33% di giudizi positivi e il 59% di negativi sull’operato del governo; a inizio settembre i positivi erano il 36%. Ipsos il 26 settembre dava un indice di gradimento del governo pari a 40 tra chi esprime un giudizio.
Eppure, nello stesso sondaggio Ipsos, lo scenario elettorale era quasi in equilibrio: 43,9% per l’alleanza progressista contro 38,7% per il centrodestra tradizionale; includendo Vannacci, 45,7% al centrodestra allargato e 45,2% ai progressisti. Lo stesso sondaggio sottolinea quindi che la partita resta estremamente ravvicinata.
Come può accadere?
Si può bocciare un governo e votare comunque per uno dei partiti che lo compongono? Un elettore può pensare che il governo abbia lavorato male sulla sanità, sui prezzi o sull’immigrazione, e tuttavia preferire Meloni, Tajani o Salvini e concedere fiducia ai tre leaders del governo in carica? Un voto comparativo può certamente sopravvivere a un giudizio assoluto negativo sul governo. Difficile da digerire, ma è così. L’enigma si sposta in avanti, ma rimane tale.
Quel 59% contrario al governo non è un blocco politico del 59%. Dentro ci sono elettori del PD, M5S, AVS, centristi, astenuti e persino elettori di destra insoddisfatti. Non basta sommarli. Per trasformare il dissenso in maggioranza elettorale occorre un gradimento sull’alternativa, un giudizio di affidabilità. Il sondaggio YouTrend di settembre registrava, per esempio, un 33,6% fra indecisi e orientati all’astensione.
Il centrosinistra non è riuscito ancora a “convertire” il dissenso in voto di consenso alle urne. Essere contro chi governa non equivale automaticamente a essere a favore dell’alternativa. Le forze del campo progressista devono tenere insieme, nlla percezione degli elettori, PD, M5S, AVS e altre componenti con divergenze reali, per esempio sulla politica estera e sull’Ucraina.
Vannacci complica enormemente i conti perché sottrae soprattutto voti alla stessa area politica. Ipsos ha rilevato che il suo elettorato proviene in larghissima misura dalla destra e dal centrodestra: oltre il 20% degli ex elettori leghisti e circa l’8% di quelli di FdI risultavano attratti da Futuro Nazionale, secondo una analisi di IPSOS. Per questo motivo, se Vannacci corre da solo, può indebolire la coalizione di governo; se entra nella coalizione, recupera una parte di quei voti ma può allontanarne altri. YouTrend stima addirittura che circa 1,8 milioni di elettori dell’area potrebbero cambiare voto o astenersi nell’ipotesi di un’alleanza allargata.
Il governo appare molto impopolare perché molti elettori desiderano qualcosa di diverso; siccome il dissenso è politicamente frammentato, una parte degli scontenti può astenersi o votare ancora a destra. Una scommessa elettorale non dovrebbe essere costruita sul gradimento del governo, ma contenere intenzioni di voto, alleanze, affluenza alle urne, legge elettorale e incertezze. E proprio la legge elettorale è oggi una variabile importante: la riforma in discussione peraltro prevede un sistema proporzionale corretto da un premio per la coalizione più votata oltre una determinata soglia, dunque pochi punti possono produrre conseguenze parlamentari determinanti.
In definitiva non sarebbe affatto imprudente scommettere sulla permanenza dell’attuale maggioranza solo perché il governo ha il 35% circa di gradimento.
Il dato anomalo non è tanto la tenuta elettorale del centrodestra, quanto la difficoltà dell’opposizione a trasformare un dissenso sociale nettamente maggioritario in un vantaggio elettorale altrettanto netto.
L’enigma, dunque, è un falso enigma