Il Senato della Repubblica, nel “ridotto” del Question time, poco frequentato da opinionisti e telespettatori, ha avuto la rara ventura di anticipare perfino il Consiglio dei Ministri sulla questione che tiene sui carboni ardenti mezzo mondo, Italia in prima fila: la guerra commerciale scatenata da Donald Trump e i suoi innegabili effetti sull’economia. L’interrogante, giovedì 3 aprile, pomeriggio brumoso, era il senatore Martella, cui ha risposto il Ministro del Made in Italy, Urso, Adolfo corso al Senato dopo aver annullato tutti gli impegni di governo che aveva in mattinata. L’assenza sarebbe stata intollerabile, dopo un lungo surplace del governo sulla materia.
Martella ha offerto il quadro della situazione. “Il Liberation day” dell’America trumpiana, ha esordito, “rischia di essere ricordato come la più stupida guerra commerciale della storia, come l’ha definita il Wall Street Journal. E in effetti una guerra economica scatenata dal ritorno del protezionismo con l’inasprimento dei dazi non può che essere a somma negativa. Tutti ne pagheranno i contraccolpi dal punto di vista della crescita economica con il rischio gravissimo di entrare in una fase congiunta di recessione e inflazione. Di certo fra quei paesi che subiranno le più pesanti conseguenze di queste sciagurate misure c’è proprio il nostro”
Martella ha quindi dato la misura del disastro che Trump potrebbe provocare. “Gli Stati Uniti sono il nostro terzo partner commerciale, assorbono circa il. 10 per cento delle nostre esportazioni per una cifra che raggiunge circa il 10 per cento, circa 67 miliardi di euro. Si tratta quindi di un nasse essenziale per la produzione nazionale. Colpirlo significa l’Italia, le nostre manifatture, in particolare comparti ad alta densità di lavoro: innovazione, meccanica, farmaceutica, auto, e mezzi di trasporto, il tessile, l’abbigliamento, i prodotti alimentari, il vino. A livello territoriale è un colpo pesantissimo per regioni come il Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana, l produzione più di due terzi delle esportazioni. Le prime stime parlano di una perdita di circa quattro miliardi di euro, circa 55 mila posti di lavoro…i provvedimenti di Trump non sono solo anti europei ma anche e soprattutto anti-italiani.”
Dopo avere esposti le conseguenze prossime venture, il senatore ha espresso dure critiche al governo per la sua indolenza politica. “Di fronte a tutto questo siamo rimasti esterrefatti dal balbettio imbarazzante del governo che invece di criticare posizioni dell’amministrazione americana e di difendere l’interesse nazionale ha scelto l’immobilismo nonostante da oltre un mese si sapesse che si sarebbe arrivati a questo punto. E solo oggi la Presidente Meloni, a danno ormai compiuto, parla di misure sbagliate.”
L’affondo finale è tranchant: “le collocazioni politiche non possono constare di più degli interessi del Paese e non si può evitare di scegliere fra l’Europa e queste politiche degli Stati Uniti, perché noi non stiamo con l’Europa, noi siamo l’Europa. Che cosa intendete fare non solo per sostenere la competitività, individuazione di altri sbocchi possibili per il nostro export, ma anche per far sì che il governo rifugga da ogni tentazione di inadeguati accordi bilaterali e si attivi invece per sostenere pienamente quella che il Presidente Mattarella ha definito una risposta compatta, serena, determinata dell’Unione Europea”.
Il Ministro del Made Italy, è sfuggito alle domande e confidato sulla resilienza delle imprese italiane che in passato sono riusciti a superare le strettoie determinate da barriere doganali talvolta assai. onerose e raggiungere e superare nell’export paesi come il Giappone e la Cortea del Sud. Poi ha conciliato l’attendismo ed il balbettio governativo con le buone ragioni. “Tutte le analisi concordano su un fatto: rispondere ai dazi sui beni con altri dazi su beni aggrava l’impatto sulle economie europee. Ha citato la Banca Centrale Europea, secondo la quale i dazi americani incideranno per lo 0,3 per cento e le eventuali contromisure da attuare aggraverebbero questo impatto allo 0,5 per cento. Altri istituti, qui Urso è stato vago, avrebbero formulato previsioni ancora più negative in caso di contromisure. “a prima regola è non farci altro male da soli, innescando una escalation di ritorsioni che scatenerebbe una devastante guerra commerciale. Occorre reagire ma in modo intelligente…”, ha concluso.
L’antifona è chiara: starsene buoni, perché altrimenti scateniamo il finimondo. La guerra commerciale di Trump può essere assorbita, la nostra provocherebbe l’amico americano…che ci farebbe tanto male. Non c’è che dire, è riuscito a coniugare le ragioni politiche con quelle economiche. L’impossibile, per come stanno le cose. Una cosa è certa: il governo ha deciso di assumersi la responsabilità di devastanti conseguenze, puntando sull’amico americano, le cui attitudini, sperimentate ad abundànziam, sono ormai ben note.







