L’orrore del 7 ottobre 2023 ha colpito Israele come un trauma nazionale senza precedenti. Nessuna giustificazione può ridimensionare l’entità della violenza perpetrata da Hamas. Ma altrettanto grave – e più duraturo – è il progetto politico e militare che, sfruttando l’onda emotiva di quel giorno, il governo israeliano sta portando avanti con un’intensità mai vista. Un progetto che non può essere letto solo con le lenti della “sicurezza” o della “lotta al terrorismo”, ma che affonda le sue radici in un’ideologia teocratica e suprematista: quella del sionismo religioso messianico.
Una parte crescente del potere israeliano, oggi, non si limita più a difendere lo Stato. Vuole rifondarlo. Lo dimostrano testi, dichiarazioni ufficiali, e atti concreti. Nel 2018, la Knesset ha approvato una legge fondamentale – di rango costituzionale – che definisce Israele come “lo Stato-nazione del popolo ebraico”. L’articolo 1 stabilisce che “l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico”, escludendo ogni diritto collettivo ai cittadini non ebrei. I palestinesi con cittadinanza israeliana sono circa due milioni. Questo testo li trasforma, formalmente, in cittadini di seconda classe.
Secondo l’ex presidente della Corte Suprema Aharon Barak, la legge “rischia di compromettere la natura democratica dello Stato” e di minare il principio di eguaglianza come fondamento giuridico universale. Il giornalista e attivista Gideon Levy, da anni voce critica del quotidiano Haaretz, l’ha definita “una legge dell’apartheid che legalizza ciò che già avviene nei fatti nei territori occupati”.
Uno degli aspetti più inquietanti dell’attuale governo Netanyahu è l’alleanza stretta con le forze ultraortodosse (Shas, Yahadut HaTorah) e con i partiti della destra religiosa (Sionismo Religioso, Potere Ebraico). Nel marzo 2024, la Corte Suprema israeliana ha annullato una proroga che permetteva a decine di migliaia di studenti Haredim di non prestare servizio militare, sollecitando il governo ad agire. La risposta è stata un tentativo, tuttora in corso, di approvare una legge speciale che mantenga l’esenzione in nome della “tradizione spirituale del popolo ebraico”.
Questo paradosso – per cui chi sostiene una guerra “divina” si rifiuta di combatterla, delegando ad altri la carne e il sangue – ha suscitato una frattura interna, anche tra i laici e i riservisti. Più di 10.000 soldati della riserva hanno minacciato di disertare se la riforma giudiziaria del governo non fosse ritirata, vedendo nel sistema attuale una regressione verso una teocrazia.







