“Era risaputo che le nomine dei dirigenti siano state fatte con il principio della spartizione tra FI, Fdi e altri a seguire. Niente meritocrazia, niente che sia stato valutato in base ai meriti e risultati conseguiti. Sanità in ginocchio, siciliani che possono morire prima che venga fatta una tac perché i tempi di attesa sono biblici. Il “caso sanità” è scoppiato perché c’è una profonda rottura fra forza Italia e Fratelli d’italia…Se non ci fosse stata questa faida in corso, sarebbe esploso il caso? Oppure tutto sarebbe rimasto come sempre? La Sicilia è terra disgraziata. C’è da combattere un “sistema “, il sistema della spartizione dei poteri. Fa riflettere molto che tutti sappiamo ma parliamo solo quando scoppia il caso” . Marika Di Marco, ex deputato regionale PD, anima critica del suo partito, pone il caso Sicilia in una luce corretta l’inchiesta della Procura di Palermo sulla presunta “cupola” politica attrezzata a gestire in proprio il mercato delle nomine e degli appalti nel settore della sanità.
“Caso Sicilia” e non “caso Cuffaro”. L’ex Presidente della Regione ha catturato per intero l’attenzione dell’opinione pubblica, a causa di una comunicazione che trascura la diagnosi politica, la ricetta e la cura, e a causa della propensione antica a confinare in un recinto – un luogo, un personaggio – ogni scandalo. Il recinto è l’ambito legittimo entro il quale gli inquirenti devono e possono muoversi, ma può trasformarsi in una cover – alibi, ombrello – per le istituzioni e la politica. Il chirurgo opera il corpo malato, non delle cause del male ed il suo percorso endemico
L’assenza di evidenze mafiose, almeno finora, inoltre contribuisce a gettare la palla in tribuna. derubricando l’antica pervasività e rilevanza del carattere sistemico. La mafia alla guida della macchina non è condizione del crimine. Una politica malata è capace da sola di infettare tutto e tutti
Considerata l’entità dello “scandalo”, la sua pervasività nel tempo e nel territorio, è credibile un’attività impropria di management politico sconosciuta alla burocrazia ed alle istituzioni regionali? Senza la faida fra due partiti della maggioranza di governo e le indagini della magistratura, è possibile tenere in piedi una struttura di comando così efficiente e solida secondo gli inquirenti? Le complicità oggettive non sono perseguibili, ma spiegano il fenomeno e la sua permanenza nel tempo.
Allargare all’infinito le responsabilità potrebbe rivelarsi una forma di depistaggio, ma non affrontare la sistematica devianza, l’attitudine all’illecito e le condizioni che lo rendono accessibile, agevole, perfino eticamente accettabile, sarebbe come mettere una benda sugli occhi, azione che pretende volontà personale. Il confine fra il lecito e l’illecito nell’attività di governo e di amministrazione è attraversabile perché è indulgente, approssimativo, ben custodito da un clima di impunità e tolleranza morale. Quanti Presidenti della Regione sono finiti nelle patrie galere o sono stati inquisiti con accuse infamanti? Quanti membri del governo regionale, deputati regionali, amministratori locali siciliani hanno dovuto, e devono rispondere in un’aula di giustizia del loro operato? Un censimento accurato farebbe arrossire i siciliani.
I presidi di democrazia, come l’Assemblea regionale, possono trasformarsi in una minaccia, una insidia per la democrazia se sono percepiti come un covo di malaffare, una roccaforte di interessi privati, che si perpetuano grazie ad uno scambio di privilegi. Prendere atto che esiste una questione siciliana non è sposare un pregiudizio ma accettare una precondizione essenziale per un’azione politica efficace. Né il recente ricambio di alcune posizioni di vertice della burocrazia regionale da parte del Presidente regionale, né gli atti e le iniziative dell’opposizione appaiono indizi di una scelta di campo.








