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Salvatore Parlagreco
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Trump, Putin & Company, la Grande Abbuffata. Sono insaziabili, se il cuore non regge, però…

02/12/2025
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La Grande Abbuffata, oligarchi in campo, dall’una e dall’altra parte. Putin si affida al signor Dmitriev, presidente del fondo statale russo, che è cosa sua; Donald Trump manda il signor Witkoff, campione americano degli investimenti immobiliari. Quando il negoziato “stringe” sul business accanto a Witkof c’è il signor Kushner, genero del Presidente, e custode degli interessi della famiglia Trump, e quando c’è cazzeggio (negoziato sulla fine della guerra in Ucraina), c’è il Segretario di Stato Rubio. Sullo sfondo volano i diversivi, come i Tomahawk, missili a lunga gittata, chiesti da Zelensky, e lasciati nel guado, come spada di Damocle antirussa, e poi tolti di mezzo. Quando l’aria si fa fosca, secondo una filastrocca sessantottina, l’architetto incendia il bosco, e il terren di vincol privo, divien fabbricativo. Netanyahu spiana il terreno e lo offre agli investitori USA. Il Piano Trump su Gaza ottiene il placet del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, grazie al cambio di linea di Putin e della Cina, che si astengono, dopo averlo criticato. E il futuro immobiliare della Palestina entra nel portafogli degli immobiliaristi, di famiglia e non. Ma c’è dell’altro: investimenti e petrolio, dall’Arabia Saudita al Venezuela, e terre rare, dall’Ucraina all’Artico. E Il Big Tech da

Siccome Putin va retribuito arriva il Piano di pace di Trump sull’Ucraina in 28 punti, redatto dai russi (Dmitriev), e tradotto in inglese. E’ così russo che se ne vergognano anche gli americani (“disonorevole” per il NYT). L’Europa alza la testa, il troppo è troppo.  Entra in scena a Ginevra (nuova sede negoziale).

Il signor Witkoff si fa da parte e arriva il segretario di Stato, Rubio, che depura il Piano “russo” firmato Trump delle nove clausole capestro più indecenti al tavolo “europeo”, dove l’UE si ritaglia una parte e minaccia di usare un’arma superpotente. Che arma non è ma asset finanziari russi custoditi nei caveau belgi; risorse appartenenti agli oligarchi russi da destinare ai danni della guerra d’invasione, la ricostruzione dell’Ucraina. L’arma spaventa più dei Tomahawk, e Witkoff raccomanda a Dmitriev di blandire Trump. Sono dalla stessa parte, del resto.

Gli annunci – la pace è vicina, lontana, a metà strada – e le smentite intanto si rincorrono, seguendo lo stesso ritmo sincopato dei dazi, che fecero ballare le borse e regalarono montagne di guadagni (anche in bitcoin) ad amici, congiunti di primo e secondo grado del Presidente USA. I titoli ballano, ma non quanto vorrebbero i maestri della fibrillazione atriale. Non si lascia niente d’intentato per mungere le vacche grasse.

Putin, intanto, fa piovere bombe e droni in Ucraina, provocando stragi a Kiev e tenendosi stretti i ventimila bambini rapiti nella prima fase della guerra, e portati in Russia. Una vecchia regola – la tregua precede i negoziati – è stata archiviata. E la controparte ucraina non va legittimata in sede di trattativa; va “costretta” a deporre le armi. Più morti, più vicina la resa e la gloria verso la Grande Russia (lo ricordava anche Stalin, la Russia non ha confini).

La Grande Abbuffata però taglia fuori la finanza europea, e non solo, sicché la spina nel fianco dei negoziatori russo-americani, sono inopinatamente le autorevoli testate finanziarie internazionali, come Wall Street Journal, Financial Times e Bloomberg a conferma del fatto, incontrovertibile, che gli affari in corso (Arabia Saudita, Qwatar, Gaza-costiera ecc) sono affari di famiglia, ed a comandare le danze non è più il vecchio establishment in Europa e altrove.

Come finirà e quando finirà la guerra mondiale a pezzi? Viene di rispondere, maldestramente: quando si saranno divisa la torta. Ma arrivare al dulcis (in fundo) non è agevole, Trump ama mettere le mani ovunque, è insaziabile (vedi Venezuela). Poi c’è l’Europa, il gigante prigioniero di stesso. Si spara alle gambe, ai piedi ogni volta che può. E si tiene nemici in pancia, aggrappati alla regola dell’unanimità, che presidiano le ragioni di Putin. Il Vice Presidente del Consiglio italiano, Matteo Salvini, e il Cremlino parlano ormai la stessa lingua. Sono sovrapponibili. Che ci guadagna Salvini? La Lega e Russia Unita, il partito di Putin, sono federati ne contenti. Noi un po’ meno.

Dobbiamo auspicare che il cuore non regga alla Grande Abbuffata. Profezia terribile, ma la reclamano i tempi tristi.

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Tags: borsedmietrevfamigliaoligarchiputinTomahawktrumpwitkoff

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