Il caso di Luigi Mangione, emblema di una ribellione estrema contro l’industria assicurativa americana, è la scintilla di una riflessione complessa, che Giuliano Ferrara affronta con acume ma anche con una certa ambiguità interpretativa. La diagnosi di “nichilismo psicotico” legata alla paura della morte è suggestiva, ma rischia di appiattire la complessità del fenomeno che vede protagonisti, su fronti e in contesti diversi, il dissenso sociale negli Stati Uniti e il movimento no vax in Italia. Esaminare le profonde differenze tra i due contesti è essenziale per evitare generalizzazioni fuorvianti.
Negli Stati Uniti, l’indignazione di Mangione e dei suoi sostenitori ha radici profonde nella disparità economica e nel sistema sanitario fortemente privatizzato, che lascia milioni di cittadini vulnerabili. L’omicidio del manager assicurativo diventa il simbolo estremo di una lotta di classe rivolta contro un sistema percepito come oppressivo e ingiusto, un meccanismo che nega cure essenziali in nome del profitto. Mangione, con il suo gesto violento e simbolico, incarna la rabbia di un proletariato moderno che non è solo indigente, ma consapevole. Questa consapevolezza si traduce in un dissenso politico strutturato, spesso sostenuto anche da élite culturali e accademiche, che riconoscono l’iniquità del sistema. In questo scenario, il “nichilismo” di cui parla Ferrara non è tanto un rifiuto della vita, quanto piuttosto una ribellione contro un sistema che nega il diritto alla salute, costringendo gli individui a una lotta per la sopravvivenza.
In Italia, il fenomeno no vax ha radici profondamente diverse. Non nasce dalla povertà materiale, bensì da un terreno fertilizzato da sfiducia, disinformazione e paure ancestrali amplificate dai social media. Qui, la lotta non è contro un nemico economico tangibile, ma contro un nemico percepito: la scienza medica e il progresso tecnologico, bollati come strumenti di controllo. L’antiscienza che pervade il movimento no vax non è una risposta a una reale oppressione economica, ma piuttosto un sintomo di un’ignoranza diffusa, talvolta mascherata da acculturazione. La “falsa erudizione” – che rifiuta la complessità e abbraccia spiegazioni semplicistiche – alimenta il rifiuto dei vaccini e delle misure sanitarie, dipingendole come minacce alla libertà individuale o un complotto ordito dalla big pharma e da misteriosi agenti che mirano a impadronnirsi dell’umanità, modificandola attraverso i farmaci. Questo fenomeno, per quanto radicato nella paura della morte, manca della dimensione collettiva e politica che caratterizza il dissenso americano.
Ferrara tenta di unire i due fenomeni sotto l’ombrello della “paura della morte”, ma questa connessione è fragile. Negli Stati Uniti, il dissenso rappresentato da Mangione si manifesta come una battaglia politica e sociale contro un sistema che mercifica la salute. È un fenomeno di classe, radicato in un’esperienza di bisogno reale. In Italia, invece, il movimento no vax si alimenta di un individualismo sfrenato e di una sfiducia verso l’autorità scientifica e istituzionale, spesso fomentata da strategie comunicative che sfruttano le emozioni più viscerali.
Mentre negli USA la paura della morte si traduce in un’urgenza di rivendicazione sociale, in Italia si trasforma in una fuga dalla ragione e dal dialogo, spingendo verso un nichilismo che non è “psicotico” ma ideologico, radicato nella paura e nell’ignoranza o viene rappresentato da una opposizione politica che si batte per ottenere una assistenza che non discrimini i meno abbienti.
Quello che emerge è una differenza sostanziale: negli Stati Uniti, la lotta contro le ingiustizie del sistema sanitario ha un volto, una struttura e un contesto. In Italia, l’antiscienza no vax si manifesta come una frammentazione del senso critico, dove il dissenso è disorganizzato e alimentato da paure irrazionali.Questi due fenomeni, per quanto accomunati dalla paura della morte, appartengono a universi distinti: da un lato, una battaglia politica contro un sistema opprimente; dall’altro, una crisi culturale e di fiducia che mina il rapporto tra cittadini e scienza. Mescolarli significa non solo travisarli, ma anche perdere l’opportunità di affrontare le loro radici specifiche.








