Nel cuore delle dinamiche istituzionali di una democrazia matura risiede un principio cardine: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Quando questo principio viene messo in discussione, non per via di un confronto giuridico, ma per mezzo di dichiarazioni e riforme che odorano di ritorsione politica, allora non siamo più nel perimetro fisiologico del conflitto tra poteri, ma in quello patologico della loro delegittimazione.
Il recente ricorso della Procura di Palermo contro l’assoluzione di Matteo Salvini nel processo c — ricorso di natura tecnica, motivato dalla presunta erronea applicazione delle norme internazionali e costituzionali in materia di soccorsi in mare — è stato recepito con allarmante ostilità politica dal governo (Meloni, Nordio,Salvini). Invece di rispettare l’autonomia di un atto processuale previsto e garantito dalla legge, si è riaperta la strada a una narrazione mediatica e istituzionale che dipinge la magistratura come un “nemico” politico, reo di contrastare le scelte sovrane del governo.
Il Ministro della Giustizia, annunciando una riforma che vieterebbe ogni impugnazione delle sentenze di assoluzione, compresa quella davanti alla Corte di Cassazione, ha varcato un confine critico: quello dell’intangibilità costituzionale. L’articolo 111 della Costituzione, infatti, garantisce il diritto all’appello e alla revisione delle sentenze come espressione del principio del giusto processo. Anche la discussa legge “Pecorella” del 2006 — promossa da una maggioranza politicamente affine all’attuale — fu fermata dinanzi al vaglio della Cassazione. Oggi, invece, si ipotizza un assetto che nega persino questo ultimo baluardo di garanzia giuridica, lasciando trasparire un intento punitivo nei confronti della funzione giudiziaria.
Il cuore del problema non è solo costituzionale. In una democrazia illiberale — espressione apparentemente ossimorica ma sempre più diffusa — l’ordine giuridico viene ridotto a mero strumento di conferma del potere esecutivo. La giustizia, anziché essere il terreno neutro di verifica della legalità, diventa “l’avversario”. E questo perché la giustizia è, nella sua essenza, il garante delle regole del gioco, non della vittoria di uno dei giocatori.
La crisi che si sta aprendo in Italia non riguarda solo la magistratura. È una crisi dello Stato di diritto. Le riforme annunciate — separazione delle carriere, doppio CSM, restrizione del diritto di appello — se non condotte con una visione sistemica e costituzionalmente orientata, rischiano di trasformarsi da strumenti di efficienza a leve di controllo. Il pericolo, dunque, è duplice: non solo l’indebolimento delle garanzie processuali, ma anche la costruzione di un clima in cui l’esercizio della giurisdizione viene percepito come atto di ostilità politica.
Tutto ciò avviene mentre magistrati, come Raffaele Piccirillo, pongono interrogativi legittimi e critici persino all’interno della Corte stessa, segno che il dibattito giuridico è vivo e consapevole. Ma proprio questa consapevolezza giuridica viene oggi aggredita da una retorica populista che identifica ogni ostacolo giudiziario con un abuso di potere.
Il vero scandalo non è il ricorso della Procura Generale in Cassazione sul processo Salvini. È la reazione del potere politico che, invece di difendere le garanzie costituzionali, tenta di disinnescarle. Non possiamo permetterci che la legittimità venga scambiata con lealtà politica. Una democrazia che rifiuta i contrappesi e criminalizza i controlli si trasforma lentamente in un regime di consenso obbligato, dove le regole valgono solo per i deboli e mai per i forti.
L’Italia si trova oggi su un crinale pericoloso. Non perché un giudice abbia fatto un ricorso, ma perché un potere dello Stato — anziché discuterlo nei luoghi deputati — ha deciso di trasformarlo in uno scontro politico. Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di libertà costituzionale e civile. E su questo terreno, nessun cittadino può permettersi l’indifferenza.








