Ci si è accorti solo ora che Netanyahu non aveva affatto vinto le elezioni: il vecchio signore della guerra non gode di alcuna immortalità politica. Conosciuti i risultati, hanno sentenziato il suo successo, ma la sua coalizione di estrema destra era stata sconfitta. E allora perché hanno ignorato il verdetto popolare? E perché hanno messo il sigillo alla porta della Knesset per gli arabi? Possono sedersi sugli scanni, ma non hanno il diritto di esistere?
Sarebbe stato lui, hanno scritto per giorni, il signore delle guerre, a sistemare le cose e restare in sella, perché è il più bravo negli intrighi di palazzo e si metterà in tasca l’opposizione; perché gli arabi, determinanti ai fini della composizione di un governo alternativo, sono “impresentabili” (quinta colonna del nemico); perché Trump lo vuole in sella senza se e senza ma.
L’aura di vittoria donata a Netanyahu rivela più di quanto non appare. Tanti interessi, tanta influenza del sistema Netanyahu in Occidente, Europa compresa. E poi la Casa bianca, subito messaggera di un governo di unità nazionale, guidato da Netanyahu (da semplice ministro non potrebbe mantenere l’impunità finora concessagli dalla legge).
Grazie al folto gruppo parlamentare arabo, Israele ha una alternativa, l’occasione storica per unire il Paese e creare le condizioni favorevoli alla pace, non solo in quel martoriato angolo della terra, ma anche a casa nostra, per le conseguenze nefaste della crisi mediorientale nel mondo.
Lo Stato d’Israele può uscire dallo “stato di assedio”, cui è stato costretto dalla destra religiosa, facendo nascere un governo fra le due componenti storiche del Paese, ebrei ed arabi. Sarebbe il passo decisivo verso “due popoli e due Stati”, invocati da mezzo secolo, in Palestina. Un Israele laico e pacificato, insomma, potrebbe essere a portata di mano.





