A ogni emergenza corrisponde un decreto, a ogni decreto un nuovo reato, a ogni nuovo reato la promessa che questa volta funzionerà. Se non funziona, se ne farà un altro. Un tempo si facevano le leggi per governare il Paese. Adesso si governa il Paese facendo le leggi. Anci, decreti, che non devono passare dal Parlamento: nessun confronto preliminare con i legislatori.
Siamo al nono decreto sicurezza. Ormai non si contano più i reati, si contano i decreti. L’ultimo, approvato il 20 ottobre, introduce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, fino a cinque anni di carcere per i ragazzini in prima fila.
In un Paese sommerso da una sterminata produzione normativa — si evocano 150 mila leggi, cifra da prendere con cautela — inventare nuovi divieti dovrebbe costituire un esercizio proibitivo. Così si lucidano quelli esistenti a nnunciandoli come la panacea di tutti i mali per rispondere ai bisogni di giornata in vista delle urne: si cambiano le parole, si aggravano le pene e il gioco è fatto.
Avendo cura di non disturbare “il manovratore”. Perciò paghino le famiglie, restino in piedi i social, i cattivi maestri, che si fanno i soldi con le visualizzazioni. La famiglia non influenza i ragazzi, la parrocchia è sparita, la scuola è disamorata, tenuta a pane e acqua.
La genialità, che allevia le paure? I ragazzi sono adulti per decreto, fino a prova contraria. Una sfida all’evoluzione. Per legge, nella speranza di alleviare le paure dei saccheggi e guadagnare qualche voto nelle urne.
E dire che sarebbe bastato dare un’occhiata a Tic-Toc e simili per prevedere quel che sarebbe accaduto e reprimere le bande dei delinquenti. Prendendo tempo, per capire quel che succede, e cioè che le famiglie non ce la fanno più e vanno aiutate: bollette, sanità, prezzi, carburante ecc Più facile…decretare che governare.





