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Se la casalinga di Viareggio applica la legge del taglione. In nome del popolo italiano

15/09/2024
in Articoli
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Il ministro dei Trasporti (forse per competenza, vista l’arma del delitto, informa Massimo Gramellini sul Corriere della Sera in uno dei suoi corsivi (13.9.24), è intervenuto sul caso della signora di Viareggio che ha investito un borseggiatore con la sua automobile, schiacciandolo contro una vetrina e poi passandogli sopra ben quattro volte. «Questo dramma», scrive Salvini ai suoi follower, «è la conseguenza di un crimine. Se l’uomo che ha perso la vita non fosse stato un delinquente, non sarebbe finita così. Voi cosa ne pensate?». Gramellini osserva che “Qui siamo ben oltre la legge del taglione, siamo al furto punito con sentenza di morte immediata, comminata ed eseguita dalla parte offesa come neanche nelle tribù preistoriche.” 

C’è un fenomeno inquietante che sta penetrando con sempre maggiore forza nel tessuto della nostra società: il rancore. Non è più solo un sentimento isolato, un riflesso emotivo privato che scaturisce dalle delusioni personali o dalle ingiustizie percepite. Oggi, il rancore sembra aver trovato una sua legittimazione sociale, un veicolo potente che lo porta ad invadere le coscienze, trasformando uomini e donne comuni in giustizieri improvvisati, pronti a farsi portatori di una violenza tanto cieca quanto sommaria. La vicenda di Viareggio, in cui una donna ha investito e ripetutamente schiacciato con l’automobile un borseggiatore, è solo uno dei tanti episodi che si potrebbero citare. Ma è un esempio emblematico del punto di crisi che stiamo vivendo.

Il ministro dei Trasporti, intervenendo sulla questione, ha parlato di “conseguenza di un crimine”, quasi a suggerire che il destino dell’uomo ucciso fosse segnato dal suo essere un delinquente. Parole che, in un contesto democratico e civile, dovrebbero farci riflettere profondamente. Siamo davvero disposti ad accettare una giustizia fai-da-te, in cui chi subisce un torto si erge a giudice, giuria e boia? E che ruolo hanno coloro che, in posizioni di potere, insinuano o giustificano questi comportamenti? 

Le parole del ministro rivelano una pericolosa deriva che minaccia i principi fondanti della nostra convivenza civile. L’idea che il delitto giustifichi una reazione di tale brutalità ci riporta a un tempo di caos primordiale, dove la legge era assente e la violenza personale rappresentava l’unico strumento di regolazione dei conflitti. Ma in una società che si definisce democratica e civile, esistono le leggi per un motivo preciso: impedire che la vendetta privata diventi la norma.

Il concetto di giustizia, nelle democrazie moderne, si fonda sulla separazione tra la vittima e il giudice. Non spetta al singolo decidere la pena per il reato subito, poiché questo alimenterebbe una spirale infinita di vendette, in cui ogni atto di violenza genererebbe un altro atto, in una catena che annullerebbe il vivere comune. La legge esiste proprio per spezzare questo circolo vizioso, imponendo un distacco emotivo tra il crimine e la punizione. Eppure, oggi, assistiamo a una crescente insofferenza verso questo principio cardine della civiltà. 

Il rancore, alla base di episodi come quello di Viareggio, è spesso il frutto di una frustrazione accumulata, un sentimento che sorge dal senso di impotenza di fronte a un mondo che sembra sfuggire al controllo dei singoli. Molti cittadini si sentono abbandonati dalle istituzioni, esposti a un sistema che, a loro avviso, non li protegge adeguatamente. In questo contesto, la criminalità diventa un simbolo del fallimento della società, e la violenza un modo per riappropriarsi di un senso di potere.

Tuttavia, il pericolo più grande non risiede solo nella rabbia delle persone comuni, ma in chi, da posizioni di responsabilità, alimenta questa rabbia. Quando un leader politico incita, anche solo indirettamente, alla giustizia sommaria, sta abdicando al suo ruolo di garante della coesione sociale. Sta autorizzando, con il suo silenzio o con dichiarazioni ambigue, una regressione verso un modello tribale, dove la legge del più forte sostituisce il diritto. Sta dicendo a una società già provata da tensioni e disuguaglianze che il rispetto delle regole non è più un valore da difendere.

 In una democrazia, la parola ha un peso enorme. I leader politici, ma anche i media e le figure pubbliche, hanno il potere di orientare le coscienze, di creare un clima sociale di rispetto o, al contrario, di odio. La domanda posta dal ministro Salvini – «Voi cosa ne pensate?» – non è solo una richiesta di opinione. Può apparire un invito a giustificare un atto di violenza come risposta legittima a un crimine. È un appello alla pancia della nazione, al desiderio di vendetta che ciascuno di noi, in fondo, può nutrire in momenti di frustrazione. Ma chi governa, chi occupa posizioni di potere, dovrebbe farsi carico della responsabilità di placare queste emozioni, non di alimentarle.

Riemerge qui una verità che dovremmo tutti ricordare: la democrazia non è solo un sistema di governo, ma un sistema di valori. Tra questi valori vi è la dignità umana, il rispetto della legge e l’equità. Quando abbandoniamo questi principi, ci avviamo su una strada pericolosa, che può portare alla disgregazione sociale e al ritorno della violenza come strumento di giustizia.

 Siamo chiamati, come cittadini e come società, a fare una scelta. Vogliamo vivere in una comunità in cui la giustizia è affidata alle leggi e ai tribunali, oppure vogliamo sprofondare in una barbarie in cui ogni offesa si trasforma in un atto di violenza privata? Questa domanda non è retorica, ma urgente. Episodi come quello di Viareggio ci mostrano quanto sia fragile il tessuto della civiltà, e quanto velocemente possiamo perderci se cediamo al richiamo del rancore e della vendetta.

La civiltà, scriveva Norberto Bobbio, è la capacità di rispondere alla violenza con il diritto. Difendere questa capacità non è solo un compito delle istituzioni, ma di ciascuno di noi. Non possiamo permetterci di tollerare che la rabbia individuale diventi il criterio guida delle nostre azioni, né tantomeno possiamo accettare che i nostri leader politici ne siano complici.

La democrazia non è perfetta, ma è il migliore strumento che abbiamo per risolvere i conflitti in modo pacifico e giusto. Se abbandoniamo questo strumento, ci condanniamo a un futuro di conflitti senza fine, in cui la vendetta personale sostituirà il dialogo e la giustizia.Il  nostro dovere è chiaro: respingere la violenza, rifiutare il rancore, e riaffermare con forza i principi della convivenza civile.

 

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Tags: gramellinilegge del taglionesalviiviareggio

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