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La droga che marcisce il cervello, ruba la realtà, i pensieri, i sentimenti e ci trasforma in sonnambuli

08/12/2024
in Articoli
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C’è una droga che assumiamo ogni momento della nostra giornata, la paghiamo con pochi spiccioli e non è soggetta ad alcuna restrizione; anzi, sono in tanti a crdere che ci faccia sentire meno soli e da essa impariamo tanto. La sua natura non è chimica, né vegetale. Ha una natura alioena, “virtuale”, ne respiriamo gli umori.  Produce danni quanto la droga tradizionale. Si chiama social, cellulare, ma ha molti sinonimi. Solo di recente è stato scoperto che assumerne in gran quantità ci cambia la vita. In peggio. Secondo una ricerca dell’Istituto di Neuroscienze di Montreal, l’uso compulsivo del cellulare modifica le connessioni neurali, inibendo la capacità di concentrazione. Gli adolescenti trascorrono in media 7 ore al giorno sui social, con un impatto devastante sulla loro salute mentale. 1 su 3 soffre di ansia o depressione, aggravate dalla costante esposizione a contenuti costruiti per provocare reazioni emotive istantanee.

Viviamo in un’epoca in cui la connessione digitale è totale: notifiche, like e messaggi ci accompagnano h24. Eppure, in questo vortice di interazioni virtuali, siamo sempre più disconnessi da noi stessi e dagli altri. “Brain rot”, letteralmente “cervello che marcisce”, è la parola dell’anno secondo l’Oxford Dictionary, un termine che descrive alla perfezione l’effetto collaterale dell’abuso di social media: l’apatia mentale e la perdita di capacità critica. Di ciò tuttavia c’è consapevolezza: il 60% dei giovani riconosce che i social possono “rovinare la mente”. Peccato che questa consapevolezza raramente porti a un cambiamento, perché abbandonare il ciclo ossessivo di scrolling è più difficile di quanto sembri.

 Ricevere un click di auguri su Facebook può farci sentire “al centro del mondo”, ma cosa succede quando spegniamo lo schermo? Il mondo digitale è una simulazione, un rifugio illusorio dove il senso di appartenenza è costruito su basi fragili. Siamo interconnessi, certo, ma lontani: una sensibilità digitale che cancella quella umana, come avverte un magistrato siciliano dopo un caso tragico di suicidio.

 Alcuni Paesi, come l’Australia, stanno imponendo restrizioni all’uso dei social per chi ha meno di 16 anni. Un passo che fa discutere: è davvero il divieto la risposta? Scrittori come Francesco Piccolo, su La Repubblica, si oppongono, sostenendo che la responsabilità non sia dei social in sé, ma dell’uso che ne facciamo. Demonizzare la tecnologia rischia di farci perdere di vista il vero problema: educare i giovani a un uso consapevole, insegnare a gestire il tempo e distinguere il reale dal virtuale.

 La soluzione non è disconnettersi, ma riprendersi il controllo. Spegniamo il telefono per un’ora, dedichiamoci a una lettura, una passeggiata o una chiacchierata dal vivo. Le nostre relazioni, il nostro tempo e il nostro cervello ne guadagneranno. Forse “brain rot” è solo un campanello d’allarme, un invito a riflettere su come vogliamo abitare questo mondo digitale. Sta a noi decidere se ampliare il nostro orizzonte o chiuderci in un recinto fatto di notifiche e schermi.

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Tags: brain rotMontrealNeuroscienzeoxford dictionarysensibilità digitale

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