La Borsa di Milano che affonda più delle altre piazze europee è un segnale inequivocabile, il primo ed il più concreto. Non è solo un dato tecnico, non è un sussulto passeggero dei mercati. La uerra commerciale di Trump ha creato un effetto domino nei mercati che colpisce in modo sproporzionato i paesi più indebitati – l’Italia in primis. È il sintomo di un sistema politico ed economico esposto, fragile, illuso. Quando hai un debito al 140% del PIL, la fiducia è il primo capitale. E oggi quella fiducia traballa.
L’Italia è il paese europeo che più ha flirtato con il trumpismo. E ora che Trump è tornato a condizionare la scena globale, è proprio l’Italia a pagare il prezzo più alto. La scommessa di Meloni è fallita. Ha scelto di legarsi a un leader che destabilizza gli equilibri internazionali invece di rafforzarli. Ha sacrificato la credibilità europea per inseguire una narrazione che oggi la lascia sola: marginalizzata a Bruxelles, in difficoltà con Washington, priva di un racconto coerente da offrire al paese.
La premier Giorgia Meloni ha costruito parte della sua narrazione internazionale su un rapporto di complicità con Trump: presenza alla sua inaugurazione, partecipazione alla CPAC, una retorica sovranista che echeggia lo slogan “America First”, ricalcata in chiave nazionale. Ma mentre altri leader europei si sono tenuti a distanza , Meloni ha investito politicamente su un’alleanza che ora la sta lasciando scoperta su più fronti. Un azzardo quasi incomprensibile, era assai prevedibile quel che Trump avrebbe fatto dopo il ritorno alla Casa Bianca. Ha chiuso tutti e due gli occhi, abbagliata dal fascino del personaggio e del suo sovranismo, le sue maniere, la vocazione all’autoritarismo.
I dazi promessi (e in parte già annunciati) da Trump colpiscono al cuore l’export italiano, che verso gli Stati Uniti vale il 10% delle nostre esportazioni totali. In un momento in cui le imprese arrancano, i costi aumentano, la domanda cala, il Made in Italy non ha più lo scudo di un’America amica. E nemmeno il paracadute dell’Europa, da cui Meloni si è tenuta a distanza per calcolo ideologico e convenienza politica. Il ritorno di Trump ha generato instabilità in Europa e una riconfigurazione delle alleanze. Ha rimesso in discussione sotto traccia l’appoggio all’Ucraina, rendendo ambiguo l’appoggio italiano proprio quando Berlino, Londra e Parigi acceleravano l’invio di armi.
La retorica del “non è una catastrofe” non basta. Non quando le imprese iniziano a delocalizzare, corteggiate dalle sirene americane, quando la disoccupazione cresce, quando il sistema produttivo smette di essere competitivo. Il trumpismo italiano – quello di Meloni, Salvini e compagnia – si è rivelato per quello che è: una postura identitaria incapace di affrontare la realtà dei numeri, delle crisi globali, degli interessi strategici del paese.
E ora che la grandine è arrivata sulla vigna, l’esecutivo non ha ripari da offrire. Solo propaganda. Ma il tempo delle dichiarazioni è finito: davanti all’impatto economico dei dazi, al gelo americano sull’Ucraina, alla diffidenza europea verso l’Italia trumpiana, servono scelte. Scelte chiare, difficili, forse impopolari. Per ora, Meloni ha solo mostrato esitazione.
Il quadro è netto: l’Italia è vulnerabile e il governo non ha una strategia. La politica estera è diventata un esercizio di equilibrismo, la politica economica un elenco di rassicurazioni. La stagione del trumpismo in salsa italiana sembra aver raggiunto il capolinea. E la domanda è una sola: chi pagherà il conto?








