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Palazzo Chigi sul set di Cinecittà, il teatro di cartone dei tre moschettieri: il cattivo, il buono ed il furbo

12/04/2025
in Articoli
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 Salvini, Tajani, Meloni: il cattivo, il buono, il furbo nel saloon di cartapesta Matteo Salvini, Vice Presidente del Consiglio, mantiene saldo – giorno dopo giorno, nei video, tweet, occasioni ufficiali ed ufficiose – il fronte antieuropeo con le parole i gesti e gli occhi preoccupati di chi affronta un nemico incombente e “scellerato”(parole sue); Antonio Tajani, Vice Presidente del Consiglio, predica ignaro il suo verbo europeista con una serenità che farebbe invidia a San Francesco mentre parla a sorella natura; Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, mantiene europeismo ed antieuropeismo sulla corda, come vi stesse passeggiando sopra, come l’equilibrista che deve raggiungere la terrazza del grattacielo che gli sta difronte. E’ l’Italia First del sovranismo, e non sembra consegnare al mondo l’immagine di un Paese serio. O no?

Nel western italiano della politica estera, il saloon non è altro che un set di cartapesta, con fondali dipinti a mano e cavalli che nitriscono solo nei video social. A recitare la parte dei protagonisti, un terzetto che sembra uscito da una sceneggiatura scritta da Sergio Leone in vena di satira politica: Matteo Salvini è il cattivo dal cuore impavido, Antonio Tajani il buono che parla con i piccioni, e Giorgia Meloni il furbo equilibrista che attraversa la corda tesa tra Bruxelles e Pontida, col cappello ben calcato in testa e lo sguardo dritto al 2026.

Matteo Salvini è ormai abbonato al ruolo del duro. Il suo copione è chiaro: Bruxelles è il nemico, la patria è in pericolo, il popolo ha sempre ragione, soprattutto quando urla. Che sia su TikTok, in un’intervista, o durante una cerimonia ufficiale, non si perde l’occasione per ribadire che “questa Europa” non funziona. Peccato che, nel frattempo, si sia ben guardato dal proporre alternative concrete, oltre i soliti slogan. Il fronte antieuropeo, però, ha un suo pubblico. E Salvini, da consumato attore, lo sa: la parte funziona, il teatro si riempie degli spettatori che contano (Trump, Putin…),  poco importa se poi dietro le poltrone di prima fila le sedie sono vuote.

Antonio Tajani invece sembra essere uscito da una cartolina vaticana. Sereno, posato, giovanneo nel sembiante, europeista convinto, parla come se le turbolenze attorno a lui non lo sfiorassero. Sorride, tende la mano, parla d’integrazione europea mentre i suoi colleghi di governo alzano barricate. Il risultato? Un vicepremier che a Bruxelles viene ascoltato con buona creanza e rispetto per il Paese che rappresenta, certo, ma anche con perplessità e sufficienza: “Ma il suo governo la pensa davvero come lui?”. È l’eterno dilemma di chi predica nel deserto: le parole sono belle, ma la compagnia di viaggio lo rende poco credibile.

E poi c’è lei, Giorgia Meloni, la Presidente del Consiglio equilibrista. Non può permettersi di perdere il sostegno interno, ma nemmeno quello europeo. E allora eccola lì, a camminare sulla fune sospesa tra due grattacieli: da una parte le esigenze del suo elettorato sovranista, dall’altra la necessità di non inimicarsi i partner europei. Una prova di abilità, senza rete, una scommessa ad alto indice di (s)gradimento. Ma anche un esercizio logorante. Perché il doppio registro – euroscettico a Roma e Washington, moderatamente europeista a Bruxelles – può funzionare fino a un certo punto. L’attendono al varco: alla lunga i conti non tornano e l’equilibrista, se non cambia passo, rischia la caduta.

Ora, la domanda è: quale credibilità può avere all’estero un governo che sembra più una compagnia teatrale che un esecutivo compatto? La coerenza, si sa, è una valuta forte nella diplomazia. E se a ogni vertice europeo l’Italia presenta tre facce diverse, c’è da chiedersi con chi si debba parlare per capire la linea italiana. Tajani? Salvini? Meloni in versione mattutina o quella serale?

Il problema, però, non è solo d’immagine. È sostanziale. Perché mentre l’Italia cerca la quadra, altri Paesi tessono alleanze, influenzano agende, orientano decisioni. E a furia di restare alla finestra, per non scontentare nessuno, Trump soprattutto, si rischia di uscire dal gioco senza nemmeno accorgersene.

“Prima l’Italia” suona bene nei comizi. Ma senza una bussola condivisa, senza una voce univoca in politica estera, è uno slogan che porta dritto alla marginalità. Un paese che parla con tre lingue diverse rischia di non essere capito da nessuno. Né all’estero, né – peggio ancora – dai propri cittadini. Il saloon di cartapesta può anche reggere la scena per un po’, ma prima o poi arriva qualcuno che spinge la porta e scopre che dietro c’è solo un muro dipinto. E allora, lo spettacolo finisce. Sipario.

 

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Tags: antieuropeistaequilibristaeuropeistamelonisalvinitajani

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