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Il tavolo di Putin e lo Studio Ovale di Trump, mise en scène del potere

01/06/2025
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 Tutti a chiedersi chi è davvero Vladimir Putin. Dopo 25 anni di regno incontrastato, la domanda resta ancora inevasa, e le ragioni per porsela sono più urgenti che mai. Nell’arco di un quarto di secolo, la Russia di Putin è rimasta in armi costantemente: in Asia, Africa, Medio Oriente, Europa. Con la bandiera russa e con i battaglioni volanti, brigate foraggiate con fondi sovrani, cui è stato affidato il lavoro sporco. Economia di guerra, poi gas e petrolio, il resto è deserto. Eppure questo contesto non è bastato per farci un’idea. Serve usare altro, per disegnare un profilo personale credibile, canali inesplorati, segnali di seconda mano.

Quando Emmanuel Macron volò a Mosca nel febbraio 2022 per tentare una mediazione diplomatica sull’Ucraina, il mondo intero puntò gli occhi sull’incontro. Ma a prendersi la scena, sorprendentemente, non fu tanto il dialogo tra l’Eliseo e il Cremlino, quanto il mobilio che li separava: un monumentale tavolo bianco lungo sei metri, quasi una pista da curling in stile impero. Un oggetto diventato subito icona virale, simbolo di un potere che si misura anche in distanza fisica, esibita senza ritegno.

In tanti si sono esercitati nell’analisi dello scenario che il tavolo proponeva, e propone ancora, agli umani, trattandosi di qualcosa di assolutamente nuovo nelle relazioni internazionali, quanto lo è lo Studio Ovale al tempo di Donald Trump, come location deputata alla rappresentazione della realtà, l’unica concepibile. Comparazione da percorrere per avvicinare i due Zar nell’immaginario collettivo.

Che cosa ci vuole dire quel tavolo? Espressione di gerarchia, diffidenza, controllo assoluto della scena, palcoscenico di potere, lusso come intimidazione piuttosto che accoglienza, dispositivo simbolico (come la balconata di Mussolini o il tappeto rosso delle monarchie). O c’è dell’altro: la metafisica putiniana dell’esistenza, ancora da esplorare. O una fobia dell’ex ufficiale del KGB, il lascito di una vita sorvegliata e sorvegliante, segnata da rigidi confini virtuali, fisici o mentali. La perfetta commistione fra piacere e potere, una scenografia del dominio dove l’ospite non entra mai veramente in casa: resta ospite, anzi distante: diffidenza strutturale verso l’Altro; il dialogo, per Putin, non è mai simmetrico.

L’esegesi dell’oggetto, il tavolo, — per traslazione metodologica — è non solo possibile, ma anche una via feconda per accedere alla comprensione dell’intenzionalità simbolica, estetica e politica di chi lo adopera. In questo senso, l’oggetto non è più neutro, ma si fa segno, indice, epifania materiale di un discorso.

Come un testo può essere letto oltre il suo contenuto letterale, anche un oggetto può essere interpretato come parte di una mise en scène del potere, della cultura, o dell’identità individuale. L’oggetto diventa una superficie enunciante, che comunica indipendentemente dalla volontà cosciente di chi lo possiede. Il tavolo di Putin, tuttavia, assume un ruolo retorico: si fa discorso visuale sulla gerarchia e sulla distanza.

Esempi classici che mi vengono in mente? Il bastone pastorale di un pontefice, non solo supporto, ma estensione del potere spirituale; il trono, oggetto funzionale, ma anche costruzione ideologica della centralità. Putin, ex uomo del KGB, è noto per una visione verticale del potere. Il tavolo non è solo una barriera fisica, ma un atto scenografico: una coreografia del comando. Incarna l’idea che il leader stia al centro dell’universo e che gli altri gravitino a debita distanza. Una forma aggiornata del trono, dove l’autorità non si impone con la vicinanza, ma con l’inaccessibilità.

Realizzato 25 anni fa dall’azienda Oak di Cantù (Como), guidata da Renato Pologna, il tavolo è un capolavoro artigianale: legno massiccio, piano unico laccato in bianco, bordi in foglia d’oro e decorazioni dipinte a mano. Commissionato in un’epoca pre-pandemica, è tornato alla ribalta durante il Covid, quando Putin riceveva ospiti illustri—da Scholz a Guterres—rigorosamente all’estremità opposta del tavolo, come se fossero comparse in un tableau vivant di metafisica putiniana.

Sebbene i protocolli sanitari abbiano fornito una giustificazione “ufficiale” per l’uso del tavolo-fossato, la realtà è più sottile. L’arredo esisteva ben prima del 2020 e non risulta fosse utilizzato con tanta enfasi negli anni precedenti. Dunque la distanza imposta non è solo sanitaria, ma semantica: un dispositivo simbolico che esprime gerarchia, diffidenza.

Alcune fonti interne al Cremlino hanno suggerito che, più che il Covid, siano state le condizioni poste dagli ospiti a influenzare la disposizione. Macron, ad esempio, rifiutò di sottoporsi a un tampone molecolare russo, per evitare che il DNA del presidente francese finisse in mani sbagliate. Da qui la decisione di evitare strette di mano e optare per il distanziamento coreografico. In altre occasioni, lo stesso Putin ha accolto leader “amici” a distanze più ravvicinate, come nel caso di Xi Jinping o Lukashenko, lasciando intendere che la distanza sia una misura di fiducia.

In politica, nulla è neutro. Ogni gesto, ogni oggetto, ogni silenzio è parte della grammatica del potere. Il tavolo di Putin, come la balconata di Mussolini o il tappeto rosso delle monarchie, è un segno. Non costruisce ponti, ma fossati. E in un mondo dove le distanze sembrano colmabili con un clic, lui sceglie ancora la distanza fisica come forma di supremazia. A sei metri di silenzio, si può dire tutto—senza nemmeno parlare.

La stampa russa non ha mancato di cogliere il potenziale teatrale della situazione. Il giornalista Alexei Venediktov, già direttore di Echo of Moscow, lo definì «un palcoscenico di potere assoluto, dove Putin recita da solo e gli altri sono spettatori». In effetti, il tavolo trasforma l’incontro diplomatico in una rappresentazione: la distanza è un monologo, non un dialogo.

C’è qualcosa di imperiale e tragicamente ironico nel fatto che l’oggetto simbolo del nuovo autoritarismo estetico venga da Cantù, patria del mobile di pregio italiano. L’artigianato lombardo, simbolo di gusto e misura, è stato arruolato in un’estetica del gelo, della separazione, del dominio visivo. È l’uso del lusso non come accoglienza, ma come intimidazione: ogni dettaglio—la laccatura bianca, la simmetria, la freddezza—serve a congelare l’interlocuzione, a ricordare chi comanda. La lunghezza è autoritaria: raffredda la comunicazione, impone gerarchie invisibili; il bianco laccato richiama purezza, ma anche gelo, sterilità; il decoro dorato è un’esibizione neo-imperiale, kitsch e ostentata.

L’oggetto è protesi dell’identità, può agire come proiezione psichica o politica del soggetto. In psicologia, questo meccanismo è noto: scegliamo oggetti che dicono chi siamo o chi vorremmo essere. In politica, è lo stesso: l’ambiente di un leader è esibizione della sua visione del mondo. Sì, l’esegesi dell’oggetto è esegesi del soggetto che lo utilizza. È un atto interpretativo che decifra le forme, i materiali, le proporzioni, le posture spaziali come tessere di un discorso più ampio. E come ogni discorso, può essere analizzato, smontato, compreso. In definitiva: dimmi che oggetto scegli e ti dirò chi vuoi sembrare. E non c’è dubbio, Putin vuol sembrare qualcuno a cui non si può dire no.

Eppure, la narrazione tende a sfuggire questo immaginario. Leggete Marco Travaglio, per esempio.

(Nell’elaborazione dell’articolo mi sono avvalso del supporto dell’IA)

 

 

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Tags: cantùcontrollodominioesegesiimmaginarioOakpotereputinRenato Polognatavolo

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