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L’autocrazia americana e il rischio per le democrazie liberali.

19/06/2025
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Non è più il tempo della previsione, né dell’analisi preventiva. L’avvertimento lanciato da Barack Obama – «siamo a un passo dall’autocrazia» – non riguarda un futuro ipotetico, ma descrive una traiettoria ormai in atto, resa possibile dall’erosione strutturale dei contrappesi istituzionali all’interno della democrazia statunitense. L’elezione alla presidenza USA di Donald Trump, nonostante la sua diretta responsabilità politica e morale nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, rappresenta il punto di non ritorno di un mutamento costituzionale di fatto; non solo un normale passaggio di potere, ma un regime personale fondato sull’emergenza permanente. Il presidente si arroga funzioni legislative (mediante ordini esecutivi in serie), poteri giudiziari (con la sistematica delegittimazione dei tribunali e la cooptazione della Corte Suprema), controllo dell’informazione, delle agenzie federali, delle istituzioni educative e scientifiche.

Sotto l’etichetta del MAGA – Make America Great Again – si realizza un modello di governance non più liberale, né rappresentativo, bensì plebiscitario e neo-corporativo. La logica della fedeltà personale sostituisce quella della competenza, il conflitto politico è ridotto a guerra interna tra “veri americani” e “nemici dello Stato”, mentre il dissenso culturale e scientifico viene trattato come sovversione.

Le conseguenze di questa mutazione sono globali. Gli Stati Uniti trumpiani non riconoscono organismi sovranazionali (ONU, OMS, WTO, ICC), né alleanze consolidate (NATO, G7, UE). Ogni vincolo viene ridefinito in chiave transazionale, con la minaccia di ritorsioni commerciali, militari o informative. La nuova Casa Bianca si schiera sistematicamente con i regimi autoritari (Putin, Orban, Netanyahu), favorendo un’alleanza ideologica internazionale tra nazionalismi illiberali e post-democrazie securitarie. Washington non è più un argine democratico, ma un riferimento per l’identitarismo reazionario. La destra estrema europea, dalle formazioni neofasciste a partiti istituzionali come Fratelli d’Italia, Lega, Rassemblement National e AfD, trae legittimità dal modello americano. L’amministrazione trumpiana interviene direttamente contro libertà linguistiche, identità di genere, ricerca scientifica e pluralismo educativo, stabilendo un sistema normativo fondato sul controllo culturale e sulla censura istituzionale.

Trump è un architetto dell’eccezione permanente, uno stratega della sovranità illimitata. L’Europa, che ha fondato la sua pace sul binomio tra mercato e diritto, si trova esposta a una pressione esterna senza più garanzie, né diplomazia condivisa. La subordinazione politica agli States rischia di diventare assimilazione culturale: l’importazione di modelli autoritari attraverso la porta democratica.

Se cambia la natura del potere negli Stati Uniti, cambia anche il baricentro ideologico del mondo. Le democrazie liberali – già indebolite da disuguaglianze interne, propaganda digitale e sfiducia nelle élite – rischiano la delegittimazione sistemica. La crisi americana non è un affare interno. È un evento geopolitico. E le democrazie non sono mai state così esposte.

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Tags: assaltocongressoICCidentitarismoomsonupoterireazionariotrumpianiWTO

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