Il negoziato sui dazi tra gli Stati Uniti di Donald Trump e l’Unione Europea è una partita che si gioca su più tavoli. Apparentemente si tratta di riequilibrare un sistema commerciale giudicato da Washington troppo vantaggioso per gli europei. In realtà, il vero obiettivo non dichiarato è ben più ambizioso: disinnescare la mina della tassazione delle big tech americane, ovvero i nuovi signori del mondo. La pressione fiscale su Google, Amazon, Meta, Apple, Microsoft e compagnia, oltre a rappresentare una questione economica, è diventata oggi il vero terreno geopolitico di confronto tra le democrazie liberali e l’oligarchia digitale.
Il paradigma cinese è già servito: Pechino ha dovuto piegarsi non soltanto su dazi e surplus commerciali, ma anche su standard normativi, investimenti controllati e “collaborazioni strategiche” che altro non sono se non accettazioni di un primato americano sul piano digitale. Ora tocca all’Europa. E la trattativa, che si annuncia come uno scambio multilivello, ha una clausola non scritta ma ben presente: in cambio dell’attenuazione o della sospensione dei dazi americani, l’UE dovrà allentare la morsa su chi oggi vive di esenzioni fiscali e profitti globali senza cittadinanza.
Il punto di caduta è inquietante: la perdita, da parte dell’Europa, dell’unico strumento di deterrenza rimasto in mano pubblica in ambito digitale — la regolamentazione e la tassazione. Perché oggi la battaglia per la sovranità non si combatte più con i cannoni, ma con i codici di accesso e gli algoritmi. Rinunciare alla Digital Tax, o annacquarla in sede di negoziato commerciale, significherebbe accettare la colonizzazione digitale dell’intero continente.
Ma non solo. Significherebbe anche consegnare le prossime elezioni europee (e non solo) alle logiche opache della manipolazione algoritmica. È ormai evidente che le grandi piattaforme non sono neutrali. I contenuti sponsorizzati, le echo chambers, il micro-targeting politico, la viralità tossica: tutto questo orienta il consenso. E lo orienta, guarda caso, sempre nella direzione di chi promette deregulation, immunità fiscale e libero scorrazzare dell’intelligenza artificiale. In altre parole: verso il populismo digitale.
Chi oggi siede a Palazzo Chigi non farà barricate. Giorgia Meloni ha già fatto capire di non voler disturbare i manovratori. Il suo governo, da sempre prudente con le grandi piattaforme e le lobby che le accompagnano, si presenta al tavolo delle trattative più come alleato strategico degli USA che come difensore dell’autonomia europea. È il prezzo della stabilità e della protezione atlantica, pagato con la moneta della subalternità, non solo tecnologica.
La crisi delle democrazie non arriva solo dai regimi autocratici, ma dall’erosione quotidiana delle istituzioni a colpi di click. Rinunciare alla tassazione delle big tech e alle regole, è come cedere i confini digitali: si perde la capacità di sorvegliare, di regolare, di proteggere. Si accetta che le regole le faccia chi ha i dati. Si tratta del futuro. E di chi avrà, tra qualche anno, il potere effettivo di decidere cosa è vero e cosa è falso, cosa si può dire e cosa no.
L’Europa liberale, democratica, progressista e non, alle prossime consultazioni elettorali sarà spazzata via…dal popolo sovrano, sollecitato dai logaritmi social e “intelligenti”. Basta osservare quel che succede oggi, una campagna elettorale permanente, le opposizioni sono bersaglio di ogni calunnia, sospetto, diffamazione, il web annega nelle infamie inaudite, fake aberranti che hanno il compito di farci sentire prede del crimine etnico, comunista, woke.
Se l’Europa non saprà difendere il proprio spazio digitale, nessun trattato doganale potrà salvarla. Perderemo la guerra senza neppure combatterla.






