C’è un momento, nella storia del mondo, in cui la realtà supera non solo la satira, ma anche il ridicolo. È accaduto a Washington, dove Benjamin Netanyahu – sì, proprio lui, imputato davanti alla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra – si è presentato alla Casa Bianca non solo con il consueto sorriso da campagna elettorale permanente, ma con una proposta dirompente: candidare Donald J. Trump al Premio Nobel per la Pace.
Sì, avete letto bene. Nobel. Pace. Trump. Tutto nella stessa frase, senza nemmeno il bisogno di uno spin doctor. Il paradosso si materializza così, a pieno titolo, nella capitale dell’impero: il presidente che ha bombardato l’Iran la settimana scorsa, che ha fatto a pezzi ogni organismo internazionale di cooperazione, che tratta la diplomazia come un reality show e la deterrenza come un tweet a lettere maiuscole, viene proposto per il massimo riconoscimento globale per il mantenimento della pace tra i popoli.
Il bello – si fa per dire – è che Trump si è detto “profondamente lusingato”. E ci mancherebbe. L’unico titolo che gli mancava era quello. Ha già avuto miliardi (ereditati), un potere immenso (abusato), un seguito politico (ipnotizzato), e ora sogna il sigillo degli apostoli della pace. Del resto, chi, meglio di lui, ha saputo trasformare ogni mediazione in minaccia, ogni alleanza in ricatto, ogni vertice in un’asta di vanagloria?
Ma la stranezza non è solo l’assurdità della proposta, ma il proponente: Netanyahu, che ha fatto della guerra permanente una politica pubblica, che considera ogni critica un attacco antisemita e ogni negoziato una debolezza; Netanyahu, che arriva a Washington come un vecchio compagno di giochi strategici, pronto a premiare il suo alter ego americano con la medaglia più grottesca della storia diplomatica recente. E allora non è più una gaffe, né una trovata provocatoria. È qualcosa di più: un patto tra narcisismi terminali, un’alleanza tra due uomini che non riconoscono alcun limite, che rifiutano il principio di realtà come un ostacolo inutile.
Trump e Netanyahu non vogliono la pace, vogliono il premio per la pace. È ben diverso. Vogliono la gloria, il titolo, il simulacro della legittimazione. A qualsiasi costo. Anche quello della credibilità dell’intero sistema internazionale.
Sul fondo, dietro le quinte, si intravede il sorriso trattenuto di un altro habitué del potere senza morale: Vladimir Putin. Non ha bisogno di farsi vedere, gli basta osservare. Perché, quando due narcisi si specchiano uno nell’altro, la frattura è inevitabile. E lui, da buon scacchista, sa aspettare.
Il problema non è che Trump possa ricevere il Nobel per la Pace, non lo riceverà. Il problema è che ormai nessuno ride più. O peggio: alcuni ridono, per piaggeria. Un sorriso tirato, le labbra serrate e la morte nel cuore.








