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Trump, il predatore senza prede… Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici

12/02/2026
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(di Pino Arlacchi) L’anima estorsiva e plutocratica degli Stati Uniti espressa da Trump che lascia ai gonzi il credo dell’America come guida della civiltà e della democrazia occidentali. Ed è qui che l’etologia si rivela di grande aiuto per capire le mosse del presidente Usa. Se vuole nutrirsi con successo, il predatore deve calcolare bene gli ordini di grandezza di volta in volta in gioco e attaccare solo prede sicuramente soccombenti. Non deve mai cacciare prede più grandi di lui, e deve astenersi se l’esito dell’aggressione è minimamente incerto.

 

Se leggete il documento di sicurezza nazionale Usa appena pubblicato, non troverete una parola ostile contro Cina e Russia. Prede troppo grosse, che praticano, per giunta, strategie di sopravvivenza più evolute. L’atto aggressivo, inoltre, deve preservare scrupolosamente l’incolumità dell’aggressore. La scala dell’aggressione si è degradata. Invasione e cambio di regime del Venezuela si sono ridotti all’estorsione di un pizzo su una risorsa strategica della vittima, costretta ad accettare l’umiliazione di chi si ritrova una pistola dietro la testa se non consegna le chiavi della cassaforte.

 

La svolta trumpiana non è nuova nella storia degli Stati Uniti, ma rappresenta un’evoluzione rispetto al passato perché si ispira a una certa prudenza nell’esercizio dell’aggressione. Attraverso le catastrofi afghana, vietnamita, irachena e simili, gli Stati Uniti hanno scoperto che anche prede apparentemente deboli possono risultare letali quando praticano la guerra asimmetrica…Il risultato è che tutte le potenziali prede minacciate da Trump si trovano fuori della sua portata reale, eccetto la Groenlandia. Una vittima minuscola, da 57 mila abitanti, dove l’aggressione comporterebbe un tenore di rischio inferiore a quello del sequestro di Maduro. Lo stile della predazione diventa così circoscritto…

 

Contro l’Iran, attacchi contenuti – l’uccisione di Soleimani, raid limitati – che non degenerano in guerra aperta. Contro Colombia e Messico minacce di intervento che rimangono nel regno della coercizione simbolica. Contro pari o prede impossibili – Canada, Panama, Unione europea – minacce rumorose, ma prive di seguito militare. È la strategia del predatore che ringhia per difendere il territorio residuo, il proprio continente, e non per espandersi…

 

La lente etologica ci permette di cogliere anche la peculiare storicità di Trump, che è quella di un animale in difficoltà nei confronti di un ecosistema radicalmente trasformato rispetto agli anni d’oro della caccia. Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie…

 

Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso…Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare…Le prede sono diventate meno vulnerabili e più rare, e la foresta pullula di competitori e di nemici. La Cina e l’Asia più ampia non sono semplici competitori nello stesso gioco predatorio. Rappresentano un modello alternativo che opera attraverso pratiche pacifiche piuttosto che predatorie…

Le Belt and Road Initiative, l’Asian Infrastructure Investment Bank, i Brics, non sono armi di spoliazione unilaterale ma di integrazione multilaterale. Non sono espressione di animali più grossi che divorano i più piccoli, ma creazioni di specie che prosperano attraverso comportamenti mutualistici. Frans de Waal, nei suoi studi sui primati, ha documentato come le strategie collaborative prevalgano su quelle puramente aggressive quando l’ambiente diventa complesso.

Gli Stati Uniti di Trump si trovano quindi in una posizione etologicamente insostenibile: sono un predatore costretto a sopravvivere in un ambiente che non può più controllare…

Le minacce di Trump sono l’unico strumento rimasto a una bestia feroce che non può più permettersi di combattere come una volta. Ma sono anche inefficaci. Perché nell’ecosistema del XXI secolo la sopravvivenza non si ottiene con il ringhio solitario, ma con l’integrazione in reti cooperative. Ma questo adattamento richiede proprio ciò che la tradizione americana fatica a concepire: la convivenza paritaria, l’accettazione di essere una potenza tra le potenze piuttosto che la potenza egemone. Gli animali feroci di Braudel devono imparare a convivere. Perché la lezione etologica è implacabile: i predatori devono adattarsi o estinguersi.

Pino Arlacchi

 

#DonaldTrump #America #StatiUniti

 

 

 

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Tags: afghanaarlacchiBelt and Road Initiativeabraudeletologiafghanagroenlandiairachenairachenatrumpmessicopredatorepredevenezuelavietnamita

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