Secondo Euromedia, un italiano su due sarebbe favorevole all’introduzione di una patrimoniale. Il dato appare sorprendente, perché in controtendenza rispetto al pensiero prevalente della politica nazionale. Il dato dei sondaggi recenti è proprio questo: l’Italia reale sembra meno impaurita dell’Italia politica.
La parola “patrimoniale” in Italia produce un riflesso condizionato, una specie di elettrochoc. Basta pronunciarla e una parte della politica si mette sull’attenti, un’altra arretra, una terza finge di non avere capito. Da destra arriva lo scandalo rituale: l’assalto ai risparmi, alle tasche degli italiani, al portafogli, alla casa. Un prelievo ingiusto e una punizione di chi ha lavorato. Dal centrosinistra arriva spesso una prudenza non meno significativa: il timore di perdere il ceto medio, di apparire ostile alla proprietà, di riaprire una ferita mai rimarginata nella memoria fiscale del Paese.
Secondo Euromedia, un italiano su due sarebbe favorevole all’introduzione di una patrimoniale, purché orientata ai grandi patrimoni e non percepita come un’imposta indistinta sulla sicurezza familiare. Il punto decisivo, infatti, non è più soltanto se introdurla. È dove collocare la soglia. È lì che la discussione diventa seria, oppure torna propaganda.
Il dato secondo cui il 31 per cento degli intervistati indicherebbe un tetto di un milione di euro va letto con attenzione. Un milione può sembrare una cifra alta in un Paese di salari modesti e mobilità sociale bloccata. Ma può anche diventare, soprattutto nelle grandi città, il valore nominale di un’abitazione acquistata decenni prima, rivalutata dal mercato e abitata da persone che non dispongono affatto di redditi elevati. Il patrimonio, in Italia, non coincide sempre con la ricchezza disponibile. Spesso è casa, risparmio immobilizzato, eredità familiare, prudenza accumulata più che rendita attiva. Confondere questi piani significa trasformare una proposta di equità in un errore politico.
La vera soglia simbolica e materiale sembra dunque quella superiore al milione, dove il consenso supera il 50 per cento. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore della questione. La patrimoniale può diventare accettabile soltanto se viene disegnata come imposta selettiva sui grandi patrimoni netti, non come castigo del ceto medio proprietario. Deve colpire la ricchezza effettivamente eccedente, non l’ansia di protezione di famiglie che hanno nella casa e in qualche risparmio l’unico argine contro l’incertezza.
La politica dovrebbe partire da qui. Non dalla parola, ma dal perimetro. Non dalla bandiera, ma dalla franchigia. Una patrimoniale seria dovrebbe avere almeno quattro condizioni: una soglia alta e chiara; l’esclusione o il trattamento prudente della prima casa fino a valori ragionevoli; la considerazione del patrimonio netto, dunque al netto dei debiti; una destinazione vincolata e verificabile del gettito, per esempio sanità, scuola, riduzione del carico sul lavoro. Senza questi elementi, il provvedimento diventa vulnerabile alla caricatura. Con questi elementi, invece, può essere discusso come parte di una riforma fiscale più moderna.
Il problema, dunque, non è se parlare di patrimoniale. Il problema è parlarne bene. Con numeri, soglie, cautele, vincoli di destinazione e una promessa politica essenziale: non sarà il bancomat dello Stato inefficiente, ma uno strumento limitato per rendere meno ingiusto il patto fiscale. Se la discussione resterà prigioniera dello scandalo preventivo e della paura preventiva, avremo perso un’altra occasione. Se invece saprà fissare il confine tra grandi patrimoni e ceto medio, allora la patrimoniale potrà smettere di essere un tabù e diventare ciò che dovrebbe essere in una democrazia matura: una materia di scelta pubblica: equità, investimento sui servizi , dalla sanità alla scuola, i trasporti, la sicurezza.








