Piazze “calde”, anche in Italia. Le proteste arrivano nelle scuole. E “subiscono”, al pari delle forze dell’ordine e di qualche vetrina rotta, le solite violenze degli incappucciati. La loro capitale è tradizionalmente Torino, ma le loro imprese producono effetti in tutta Italia, trasformando le proteste in una rivolta di facinorosi. Il giorno dopo, puntuale come il Meridiano di Greenwich, non si parla e si scrive d’altro che di disordini e violenze, compiute da un manipolo di fuori di testa.
Se gli incappucciati trascorressero una notte in caserma, magari per indurli a meditare su se stessi, saremmo davvero felici e contenti. E forse saremmo pure in tanti ad essere felici e contenti. A cominciare di chi protesta, civilmente rispettando la legge ed i poliziotti. Anche quegli agenti, pochi invero, che non sanno frenare la loro esuberanza nel servizio d’ordine. Ma questo auspicio – la meditazione in caserma – è un sogno ad occhi aperti, perché gli sregolati con cappuccio, talvolta autentici delinquenti, che sfogano frustrazioni, rabbia e una innata attitudine alla violenza, restano incappucciati. Senza nome e senza patria. Di certo svolgono un compito: oscurare le buone ragioni di ogni protesta, unico strumento di cui i giovani (e non solo loro), hanno per fare sentire la loro voce fuori dai Palazzi.
Si sentono appagati o è questa la loro missione? Il quesito va posto, specie laddove per mestiere.
I volti degli incappucciati fermati e non, restano ignoti. Non hanno pedegree, non hanno volto, ragioni, eventuali mandanti e tutto il resto. Chi li arruola, li militarizza, li manda in campo? E quali obiettivi reali si pongono?
Un movente ce l’hanno. Non possono non sapere di regalare alla “controparte”, cioè ogni governo in carica e le sue latitanze, quelle vetrine rotte e quegli agenti al pronto soccorso, che diventeranno preziosi argomenti per ignorare pigrizie, incompetenze, distrazioni e interessi “non negoziabili”, che impediscono ai giovani, con cappuccio e senza cappuccio, di avere uguali opportunità di lavoro, un accesso alle professioni che non sia segnato dalla loro nascita. In definitiva il diritto di essere liberi.
Ini Italia, infatti, uno resta quello che nasce. Se non ha almeno uno dei genitori non è laureato, ci ricorda l’Ocse, la possibilità di salire sull’ascensore sociale, è inferiore al 15 per certo.
Se il mondo della scuola è in prima linea nelle proteste, una ragione c’è: l’accesso all’istruzione è ereditario. All’origine, ci sono le diseguaglianze. Si stima che il passaggio ereditario della ricchezza nei prossimi due decenni ammonterà nel nostro Paese a sei miliardi e mezzo.





