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Nasci, studi, lavori in Italia, ma non basta. La paura della diversità, una idiozia

13/09/2024
in Articoli
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Come avevamo sospettato, o forse intuito, nei pigri giorni di ferragosto il gioco di spariglio di Antonio Tajani e della sua Forza Italia a propulsione berlusconiana sullo ius scholae serviva a infastidire la Lega di Salvini- Vannacci spiaggiata sotto l’ombrellone, e non ad aprire un serio dibattito nel paese (scusate la parola grossa) su un tema serio e urgente. Ad esprimere fastidio e perplessità è Maurizio Crippa sul Foglio. Quelli di Forza Italia, osserva Crippa,  hanno detto che stanno pensando a una legge fatta meglio, e ci vuole tempo. Si vedrà. Ma in effetti sbrigarsi su un tema così serio e complesso con un paio di emendamenti calati come il deus ex machina a teatro, assomiglia più a una zeppa buttata lì per mettere in difficoltà la maggioranza che non ad altro. E il gioco dell’oca torna all’inizio. Non ce lo meritiamo, lo ius scholae.”

La questione dello ius scholae ha riacceso un dibattito che, in Italia, sembra non trovare una soluzione condivisa, soprattutto quando si parla di cittadinanza per i figli degli immigrati nati e cresciuti nel nostro Paese. La destra italiana, rappresentata in larga parte da forze come la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, si oppone fermamente a un’evoluzione del concetto di cittadinanza che includa anche i giovani nati da genitori stranieri ma che vivono e studiano in Italia.

Il primo argomento spesso invocato riguarda la difesa dell’identità nazionale. La destra sostiene che concedere la cittadinanza in maniera “troppo facile” rischierebbe di snaturare l’essenza della nazione italiana, minacciata – secondo questa visione – da un’integrazione non sufficientemente ponderata e accelerata. Salvini, in particolare, ha più volte affermato che la cittadinanza non può essere un “regalo”, ma deve essere una conquista, un atto che segue un percorso lungo e impegnativo, legato alla piena assimilazione dei valori, della lingua e della cultura italiana.

In parallelo, c’è una forte preoccupazione sul tema della sicurezza. Alcuni esponenti della destra temono che facilitare l’ottenimento della cittadinanza potrebbe incentivare flussi migratori incontrollati, creando instabilità sociale. Secondo questa visione, l’Italia, già alle prese con un difficile controllo dei flussi migratori, non sarebbe pronta ad accogliere ulteriori ondate di richieste, temendo di rendere il Paese una meta ancora più attraente per immigrati economici. La cittadinanza, in questa narrazione, viene quasi vista come una sorta di “premio” che attrarrebbe ulteriori migranti e metterebbe a rischio la tenuta del sistema di welfare nazionale.

Un altro punto di forte resistenza riguarda il timore di un’integrazione incompleta. I critici dello ius scholae sottolineano che molti giovani di origine straniera potrebbero, sì, frequentare le scuole italiane, ma vivere in contesti familiari e comunitari che li tengono distanti dalla piena integrazione culturale. Il rischio, secondo questa linea di pensiero, è che la cittadinanza venga concessa a persone che non hanno realmente interiorizzato i valori della società italiana, generando cittadini di “serie B” che, pur essendo italiani a livello legale, non condividono i principi fondamentali della comunità nazionale.

Infine, la destra italiana sottolinea che esiste già una via per l’ottenimento della cittadinanza e che modificare le regole attuali non è una priorità. L’argomento principale è che la legge attuale già permette, al compimento del diciottesimo anno, ai figli di immigrati nati in Italia di richiedere la cittadinanza, a patto che abbiano vissuto ininterrottamente nel Paese. La domanda, secondo questo ragionamento, è perché forzare i tempi e abbassare i requisiti, quando esiste già un meccanismo che, seppur migliorabile, funziona.

La proposta dello ius scholae nasce dall’esigenza di riconoscere come italiani quei giovani che, a tutti gli effetti, vivono e si sentono parte della società italiana. Tuttavia, la resistenza della destra trova fondamento in una visione più conservatrice, che vede nella cittadinanza non solo un atto giuridico, ma una conquista identitaria, culturale e sociale che non può essere svenduta. L’Italia, insomma, secondo i contrari allo ius scholae, deve prima garantire una piena integrazione e solo in seguito riconoscere il diritto di cittadinanza, evitando scorciatoie che potrebbero compromettere la coesione sociale. Le motivazioni espresse dalla destra contro lo ius scholae possono certamente apparire insoddisfacenti o anacronistiche, soprattutto in un contesto come quello attuale, dove la realtà della società italiana è già profondamente multiculturale. L’idea che la cittadinanza debba essere una “conquista” potrebbe sembrare inappropriata per giovani che, pur non essendo italiani per legge, lo sono di fatto: parlano la nostra lingua, studiano nelle nostre scuole, condividono le stesse esperienze e contribuiscono alla vita sociale e culturale del Paese.

Prima di tutto, è difficile sostenere che concedere la cittadinanza a questi giovani metta a rischio l’identità nazionale. La realtà è che l’Italia sta cambiando, come è naturale in ogni società dinamica. Il concetto di identità nazionale non è fisso e immodificabile, ma evolve con il tempo, arricchendosi di nuovi contributi culturali e sociali. I giovani di origine straniera sono già parte del tessuto sociale italiano, e il rifiuto di riconoscere la loro appartenenza formale sembra più un atto di chiusura che di difesa. In effetti, molti di loro si sentono già italiani, perché negare loro un diritto che riflette la loro realtà quotidiana?

Anche l’argomento della sicurezza è difficile da accettare. L’idea che facilitare l’ottenimento della cittadinanza possa incentivare flussi migratori non è supportata da dati concreti. Non sono i giovani che studiano nelle scuole italiane a rappresentare una minaccia per la sicurezza del Paese, né esiste una relazione diretta tra cittadinanza e aumento di criminalità. Al contrario, l’inclusione e il riconoscimento formale potrebbero favorire un maggiore senso di appartenenza e responsabilità, riducendo la marginalizzazione e, di conseguenza, eventuali problemi sociali.

L’argomento dell’integrazione incompleta, poi, appare limitato. I giovani che studiano nelle scuole italiane sono immersi nel contesto culturale del Paese, partecipano alla vita sociale, costruiscono amicizie e relazioni. Ridurre il loro percorso di integrazione al solo contesto familiare o comunitario è un’interpretazione superficiale. Inoltre, non è la cittadinanza a definire l’integrazione, ma piuttosto l’esperienza quotidiana, e questi giovani, vivendo in Italia, sono già parte integrante della nostra società.

Infine, sostenere che la legge attuale sia sufficiente perché permette di richiedere la cittadinanza al compimento dei 18 anni ignora le difficoltà burocratiche e i ritardi che molti affrontano per ottenerla. Aspettare fino alla maggiore età per vedere riconosciuto un diritto può creare un senso di alienazione e frustrazione in giovani che, pur essendo cresciuti in Italia, vengono trattati come stranieri. Lo ius scholae non è una “scorciatoia”, ma un riconoscimento del fatto che questi giovani già vivono, studiano e contribuiscono alla società italiana. Il rifiuto di concedere loro la cittadinanza sembra piuttosto una scelta ideologica che non risponde alle necessità reali di una società moderna e inclusiva.

In definitiva, il futuro dell’Italia non può basarsi sulla paura del cambiamento, ma deve abbracciare la realtà di una nazione che evolve, riconoscendo il contributo di tutti coloro che ne fanno parte.

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Tags: cittadinnanzacrippajus scholaesalvinitaiani

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