C’è qualcosa di straniante — e, per certi versi, inquietante — nell’osservare come una parte, minoritaria ma vociante, di ex comunisti italiani (o semplicemente di sinistra post-marxista) si trovi oggi a sostenere, giustificare o quanto meno relativizzare l’aggressione russa all’Ucraina. Non si tratta di un’adesione formale a una ideologia, che nel caso del putinismo è pressoché inesistente, ma di una forma di riflesso condizionato, dove il passato non passa e il presente viene distorto.
Siamo dinanzi a una costellazione ideologica in cui l’antiamericanismo ha ormai sostituito ogni altra categoria analitica e sembra accomunare aree politiche e culturali che sono agli antipodi, estrema sinistra ed estrema destra, populisti e radicalizzati. Non è più una posizione critica rispetto alle politiche estere degli Stati Uniti — legittima e talora fondata — ma una lente deformante, che porta alcuni ad abbracciare qualunque potenza si ponga come antagonista a Washington. Anche quando questa potenza — come nel caso della Russia — incarna tratti apertamente reazionari: autoritarismo, omofobia, censura, culto del capo, militarismo, fino ad imporre il divieto di pronunciare la parola guerra a proposito della cosiddtta “operazione speciale” contro l’Ucraina.
Sono passati più di trent’anni dalla fine dell’URSS, ma per molti il collasso di quel mondo resta un trauma irrisolto. Non tanto sul piano delle istituzioni, quanto su quello simbolico. L’Unione Sovietica era, pur con tutte le sue mostruosità, una promessa di alterità storica, un “altro possibile” rispetto al capitalismo liberale. Quando è crollata, si è portata via con sé una parte dell’immaginario rivoluzionario del Novecento. Per qualcuno, quel lutto non è mai stato elaborato, e Putin appare oggi — paradossalmente — come il vendicatore del torto subito.
Ma si tratta di un’illusione, un pericoloso abbaglio. Putin non ha mai voluto “restaurare” il comunismo. La sua è un’ideologia liquida, un coacervo di nazionalismo etnico, ortodossia religiosa, illoberalità civile, culto della forza e revanscismo imperiale. A sostegno di questa traiettoria vi sono dati inequivocabili: il sostegno agli oligarchi, la repressione del dissenso, le leggi liberticide (su stampa, ONG, orientamento sessuale), le annessioni territoriali forzate. Nulla di tutto ciò è compatibile con una sinistra che si definisca tale.
La presenza filorussa sui social è un fenomeno tutt’altro che spontaneo. Lo dimostrano numerose indagini — tra cui quelle del Digital Forensic Research Lab dell’Atlantic Council, del Disinformation Index europeo, ma anche dell’intelligence statunitense e dei rapporti del Parlamento Europeo (vedi il report del 2023 sulla disinformazione russa nel continente). Esiste una macchina mediatica ben oliata, sostenuta da bot, reti di account finti, portali di controinformazione e influencer apparentemente “alternativi”, che ha l’obiettivo preciso di destabilizzare il consenso occidentale e infondere dubbi sulla legittimità della resistenza ucraina.
Tale ecosistema trova terreno fertile anche nella sinistra del disincanto o della bolla populista trasversale incarnata dalla Lega a destra e dal M5S a sinistra: chi ha perso la bussola ideologica o non l’ha mai avuta e non riesce più a distinguere tra critica e complicità. La fascinazione per “l’altro impero” — sia esso Mosca o Pechino — nasce da un bisogno di antagonismo antioccidentale ed antieuropeo in un mondo sempre più complesso, ma diventa cieca quando rimuove la realtà storica e politica.
Criticare l’espansionismo NATO può essere legittimo; giustificare l’invasione dell’Ucraina, no. Denunciare i doppi standard occidentali in politica estera è giusto; negare il diritto di Kiev a difendersi è pericoloso. La sinistra — se vuole avere ancora un ruolo nella comprensione e nella trasformazione del mondo — deve sapersi confrontare con la complessità senza perdere la bussola morale.
La Russia di Putin non rappresenta alcuna “terza via”. È un regime illiberale, che opprime all’interno e aggredisce all’esterno. Sostenere la sua propaganda, attivamente o passivamente, significa voltare le spalle non solo all’Occidente, ma ai principi stessi dell’emancipazione: libertà, autodeterminazione, uguaglianza tra i popoli. Chi oggi, in nome dell’antiamericanismo di ieri e di oggi, abdica alla verità dei fatti e capovolge la distinzione tra aggressore e aggredito, non è più parte di una sinistra critica: è parte di un inganno. E la Storia — prima o poi — presenta sempre il conto.







