C’è un paradosso che percorre oggi le democrazie occidentali, un cortocircuito che merita un censimento: i patrioti. O meglio, le diverse declinazioni del patriottismo, a seconda di dove si guarda.
In Canada, le minacce di Donald Trump – dazi punitivi sull’acciaio e minacce sul legno – hanno scatenato un moto d’orgoglio nazionale: supermercati che boicottano i prodotti americani, vignettisti che rilanciano la foglia d’acero come simbolo di resistenza, governi locali che riscoprono il valore della produzione domestica. Non è nazionalismo nostalgico, è un patriottismo difensivo.
In Messico, la frontiera diventa il luogo della dignità. Davanti all’ennesima crociata trumpiana contro i migranti, il governo e la società civile hanno reagito con pragmatismo e fermezza: protezione delle proprie comunità all’estero, costruzione di filiere produttive indipendenti, campagne culturali che trasformano il disprezzo in orgoglio. Qui il patriottismo è resistenza sociale e culturale.
Perfino in Svizzera, tradizionale bastione del pragmatismo neutrale, i dazi trumpiani sul cioccolato e sull’orologeria hanno risvegliato un patriottismo inatteso: difesa del marchio, orgoglio manifatturiero, diplomazia economica che rivendica autonomia.
E in Italia? Qui la storia si capovolge. I cosiddetti “patrioti” – quelli che agitano bandiere tricolori nei comizi e parlano di “interesse nazionale” – si scoprono invece agenti di un patriottismo rovesciato. Non difendono il Paese da un vicino ingombrante, lo consegnano mani e piedi alle sue pretese. Di fronte ai dazi su vino e olio, alle minacce sull’automotive, al diktat sulle telecomunicazioni, la reazione non è stata resistere ma applaudire. La sudditanza diventa strategia, la debolezza viene travestita da realismo, la dipendenza si spaccia per “sovranismo planetario”: essere utili a Trump per guadagnarsi un posto al tavolo dei grandi.
Il risultato è un patriottismo suprematista: non la difesa dell’identità nazionale, ma la subordinazione a una potenza straniera che si proclama “prima”. I patrioti canadesi, messicani e svizzeri fanno i patrioti resistendo. I patriotti italiani fanno i patriotti inchinandosi.
La domanda è inevitabile: può un patriottismo sopravvivere trasformandosi in sudditanza? O non si tratta, piuttosto, di un tradimento della parola stessa?








