Perché i fascisti e la destra estrema, parlamentare e non, in Italia e non solo, conducono una guerra senza fine contro i vaccini anticovid e non solo? L’obiettivo è più alto dell’accaparramento contingente del consenso elettorale e poggia su solide radici ideologiche precise: la diffidenza antiscientifica, il populismo sanitario, l’ambivalenza sull’autorità dello Stato, la responsabilità come libertà in comune.
L’esperto, lo scienziato, è rappresentato come esponente di un establishment autoreferenziale. Ma senza mediazione tecnico-scientifica non esiste politica sanitaria razionale: ne sono prova i dati su coperture e focolai resi da ISS, ECDC e OMS/UNICEF, che correlano in modo robusto cali vaccinali e recrudescenze epidemiche.
La libertà è intesa come immunità dall’obbligo, anche quando l’obbligo serve a proteggere terzi. È la traduzione biopolitica dell’individualismo proprietario: il corpo come “dominio esclusivo”, la comunità come minaccia. Il punto, però, è che molte malattie infettive non riconoscono confini individuali: il rischio è relazionale e cumulativo. Per questo le democrazie liberali hanno sempre bilanciato libertà negativa e responsabilità positiva, specie in ambito vaccinale. La CEDU lo ha affermato con chiarezza: l’interferenza è ammissibile se necessaria e proporzionata a un obiettivo di salute pubblica.
La letteratura empirica ha rilevato, in Europa occidentale, un’associazione tra atteggiamenti populisti e esitazione vaccinale. Non è determinismo, è un pattern: sfiducia nelle élite + retorica anti-sistema = terreno fertile per frame di “libertà contro imposizione”.
L’illiberalismo invoca lo Stato forte nell’ordine pubblico, ma lo rimpicciolisce quando si tratta di prevenzione e welfare. Il risultato è un’asimmetria: rigidità penale, lassismo sanitario. In Italia pesa anche una sotto-dotazione strutturale: la spesa sanitaria pubblica (in % di PIL) resta inferiore ai grandi Paesi UE; meno risorse significano meno prossimità, più liste d’attesa, più sfiducia e dunque maggior presa dei discorsi antipolitici in sanità.
Non si smantellano le leggi cardine (la 119/2017 che introduce l’obbligo per l’età evolutiva è ancora lì), ma si allentano le cerniere: autocertificazioni, proroghe, segnali ambigui. È successo già nel 2018 con M5S-Lega; oggi riemerge in chiave discorsiva (revisionismo post-pandemico) più che normativa, con richiami selettivi a “libertà di scelta”.
Se questo è il quadro, qual è la bussola liberale (non illiberale) per tenere insieme libertà e salute pubblica? Gli obblighi si giustificano quando c’è rischio di trasmissione e si possono prevenire danni gravi; i criteri devono essere pubblici, i dati accessibili, le tutele per i rari eventi avversi certe e spedite. È la strada tracciata dalla Corte costituzionale italiana e dalla CEDU.
Bisogna uscire dalla guerra di religione tra “pro” e “anti” fornendo serie temporali, strumenti di lettura del rischio relativo/assoluto e contesto (es. soglie di copertura per morbillo ≥95%). Qui gli hub istituzionali (ISS, ECDC, OMS) sono essenziali.
La scelta vaccinale non è un gusto personale; è una decisione con esternalità. La libertà liberale non è libertà di nuocere: è libertà compatibile con l’eguale libertà altrui — compresa quella del bambino immunodepresso che dipende dall’immunità di comunità.
Infine, una nota su un equivoco ricorrente: criticare e valutare le politiche Covid, compresi errori e costi, è sano. Strumentalizzare quell’analisi per suggerire che i vaccini “non servono” o che la loro valutazione rischi-benefici sia stata un atto di fede è altro. La storia recente e i dati su ricoveri e decessi evitati, in Italia e altrove, raccontano una realtà meno ideologica: vaccinare salva vite, stabilizza i sistemi sanitari e riduce disuguaglianze di rischio. È legittimo discutere strumenti come il green pass; non è onesto negare la matematica delle epidemie.
Negare non emancipa: isola. Trasforma un bene indivisibile — la salute pubblica — in un campo di battaglia simbolico. Il compito della politica democratica, e del giornalismo responsabile, è riportarla sul terreno che le è proprio: evidenza, proporzionalità, responsabilità reciproca. Solo così la parola libertà torna ad avere il suo senso pieno, e non l’eco vuota di uno slogan.
(L’articolo è stato elaborato con il supporto dell’intelligenza artificiale)








