L’America ha smesso di parlare. Il suo silenzio, assordante e glaciale, è il vero spettro che aleggia sulla politica statunitense. Con l’endorsment a Kamala Harris, Barack Obama gettò il cuore oltre l’ostacolo, ma ciò che è seguito appare una ritirata silenziosa, una rinuncia a contrapporsi al nuovo ordine imposto da Donald Trump.
L’America progressista, moderata, libertaria sembra aver perso il fiato e con esso la capacità di reagire. Nel frattempo, cento decreti presidenziali hanno ridisegnato la democrazia americana, trasformandola in un sistema illiberale. La piazza è muta, il Congresso appare fragile, il Democratic Party paralizzato. Ma stare fermi significa abbandonare il campo di battaglia.
La grande democrazia americana, un tempo faro per l’Occidente, sembra un’ombra di sé stessa. Il Partito Democratico, invece di interrogarsi sulla propria débacle, oscilla tra la prudenza e l’indecisione. “Meglio stare fermi”, suggerisce lo stratega James Carville, un ascoltato veterano delle campagne elettorali presidenziali del Democratic Party,
Ogni giorno che passa, senza un “No, we cannot“, lascia spazio alla visione autoritaria e oscurantista del potere.
L’Impero istaurato da Trump non ha nemici? o non esistono canali che veicolano il dissenso? Se fosse così, sarebbe un inquietante indizio che la grande democrazia americana sia stata seppellita.
La storia ci insegna che il silenzio è il primo complice dell’autoritarismo. Quando le voci scompaiono, il dibattito si spegne, le coscienze si piegano, il pericolo diventa reale. E se oggi non c’è nessuno a dire “No, we cannot“, domani potremmo scoprire che non c’è più nessuno in grado di dire nulla. Non solo negli USA.








