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L’America degli immigrati che rifiuta gli immigrati Ipocrisia, ossessione identitaria e paura di perdere il primato bianco

16/07/2025
in Articoli
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Non c’è americano che non sia, o non discenda da, un immigrato. Persino i Padri Fondatori, tanto celebrati nella retorica nazionale, erano coloni, rifugiati, esuli economici o religiosi. L’unica eccezione storica alla regola dell’immigrazione sono i nativi americani — gli unici veri autoctoni — sterminati o confinati in riserve, come residuo folklorico di un passato che l’America non sa più guardare in faccia.

Eppure, la Costituzione americana — pilastro della democrazia liberale mondiale — recita nell’Articolo II, Sezione 1, che solo un cittadino “natural born” può aspirare alla Presidenza. Un’esclusione netta, ideologica, che dice molto più di quanto sembri: dice che, al vertice, gli Stati Uniti vogliono qualcuno non contaminato, originario, puro. Un mito razziale e culturale che stride violentemente con la realtà multietnica e meticcia del paese.

Oggi questa contraddizione si fa legge, muro, manette. E prova una ignobile ingiustizia: il cittadino americano natural born, accusato di gravi reati, rinviato a giudizio, sospettato di avere organizzato un golpe, può candidarsi e diventare Presidente degli Stati Uniti, grazie alla impunità che gli viene concessa dalla Corte Suprema che he nominato, ma il cittadino americano, nato altrove, probo e illustre, non. può candidarsi.

La legge sull’immigrazione voluta dai repubblicani e sostenuta attivamente da Donald Trump prevede, di fatto, la deportazione forzata di milioni di immigrati irregolari. Un evento senza precedenti nella storia americana e mondiale, almeno nel contesto democratico contemporaneo. Non è solo una misura repressiva, è un progetto ideologico: rifare l’America a immagine e somiglianza del suo passato mitico, bianco, anglosassone, cristiano.

Nel 2023, il governatore del Texas, Greg Abbott, ha promosso la legge SB4, che autorizza la polizia a fermare chi sembra un immigrato clandestino, e a espellerlo in Messico, anche se il soggetto non è messicano. Il Dipartimento di Giustizia ha immediatamente fatto ricorso, ma la Corte Suprema, a maggioranza conservatrice, ha dato via libera temporaneo all’applicazione della norma. È il segno di una giurisprudenza che non cerca più di bilanciare sicurezza e diritti, ma che legittima l’arbitrio identitario. In nome della sovranità, si calpesta la dignità.

Joe Biden, pur opponendosi a certe misure estreme, ha comunque inasprito i controlli al confine con il Messico. Ha ripristinato — sotto altro nome — parte delle politiche trumpiane, come il respingimento immediato dei migranti in base all’art. 42 durante l’emergenza sanitaria. La pressione elettorale e l’ansia di sembrare “forte” sull’immigrazione lo hanno spinto a muoversi su un terreno sempre più spostato a destra.

Alexandria Ocasio-Cortez, figlia di portoricani, ha definito le deportazioni “una vergogna nazionale”. L’attivista e premio Pulitzer José Antonio Vargas, lui stesso immigrato irregolare, ha ricordato che “l’America è costruita da chi non ha i documenti”. Persino Ronald Reagan, nel 1986, firmò un’amnistia che regolarizzò tre milioni di immigrati — impensabile oggi, in un clima di caccia alle streghe dove l’immigrato è capro espiatorio permanente.

La verità è che la politica americana sull’immigrazione non è solo pragmatica, è simbolica. Serve a definire chi è dentro e chi è fuori, chi appartiene e chi è sospetto, chi può guidare e chi deve restare invisibile. Il paradosso americano è tutto qui: una nazione fondata sull’immigrazione che si rifiuta di riconoscere l’umanità dell’immigrato.

 

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Tags: BidenCorte Supremadeportazioneimmigratiirregolarintural bornOcasio-Cortezossessione identitariaReagan José Antonio Vargas

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