Nel grande campo di battaglia economico-diplomatico chiamato Europa, il villaggio italiano si distingue per un tratto peculiare: è il primo a sventolare il fazzoletto bianco, ma con sopra stampata la bandiera a stelle e strisce. Lo cercando alleanze sul “dialogo” con l’amico americano, spendendosi senza riserve,“siamo amici, non avversari!”. E poco importa se il negoziato sui dazi con gli Stati Uniti avrebbe richiesto, come in ogni partita vera, un minimo di contegno strategico: un bluff, una smorfia contrariata, almeno la parvenza di un tiro alla fune. E invece no. Prima ancora che Washington alzi davvero la voce, ecco l’Italia — ma non solo — pronta a offrire il proprio sacrificio volontario: “Un 10% di dazio? Ma certo, possiamo sopportarlo. Anzi, se serve,,,”.
Stefano Lepri, dalle colonne della Stampa, ha colto il punto con un interrogativo squisitamente piemontese: «Ma c’era proprio bisogno di dirlo?». Perché sì, l’impressione è che l’uscita non fosse tanto rivolta all’opinione pubblica, né tantomeno ai partner europei. Era un messaggio per l’inquilino della Casa Bianca, firmato con inchiostro diplomatico: “Caro amico Donald, non prenderci a schiaffi, guarda quanto siamo bravi”. In altri tempi si sarebbe parlato di diplomazia da barzelletta. Oggi, con toni più sobri, potremmo definirla “diplomazia del cuscinetto”: morbida, accondiscendente, interposta tra i muscoli di Washington e i nervi scoperti di Bruxelles.
Il campo europeo, si sa, è ormai diventato una sorta di ranch esteso, dove i cowboys americani possono pascolare interessi economici, geopolitici e tecnologici con la benedizione (e le sovvenzioni) dei partner locali. Alcuni Stati si fanno desiderare un po’, come la Francia o la Spagna. Altri, come la Germania, mettono sul tavolo cifre imponenti per garantirsi una tregua. Ma noi italiani abbiamo perfezionato un’altra risorsa: la disponibilità preventiva.
Non si tratta tanto di una debolezza contingente quanto di un’abitudine storica, un culto dell’alleanza atlantica che supera le esigenze del presente. Anche quando ci sarebbe spazio per un’azione corale europea, per dire “Attenzione, anche noi abbiamo dei limiti”, preferiamo distinguerci con un inchino. Talvolta teatrale, quasi coreografico. Con tanto di annuncio: “Siamo già pronti a pagare, pur di chiudere la partita”. Un coro di consensi, che arrivano anche dalle postazioni meno attese: il Ministro dell’Agricoltura, Lollobrigida, e la Coldiretti, per fare qualche nome.
In un vero negoziato la prima regola è non scoprire le carte, né tantomeno aprire anzitempo il portafogli. Ma qui pare che a dominare non sia il senso dell’affare, bensì quello dell’appartenenza politica. Come se al tavolo della trattativa non sedesse businessman duro dichiaratamente nemico dell’Europa, ma un parente ingombrante al quale si vuol dimostrare che siamo ancora quelli buoni, quelli affidabili, quelli che non fanno storie.
Così si perpetua il cortocircuito: l’Europa si vorrebbe attore autonomo, ma si comporta da negoziatore compiacente, comprimario in cerca d’approvazione. E tra i molti che gareggiano per zelo, l’Italia si candida al primato della deferenza.
Il paradosso è che questa postura non rende più forti né più rispettati. Semmai, ci priva dell’unico potere che ai può esercitare: il potere di dire no, o almeno forse. Invece, mentre gli altri armeggiano con contratti, clausole e condizioni, noi passiamo il tempo a lucidare la sella per il cavallo dell’amico americano. E se poi il cavallo scalcia, beh, almeno ci potremo consolare dicendo: “Ma noi siamo amici, non avversari”. E nel dubbio, prepariamo già un altro assegno.







