Donald Trump non ha alcuna intenzione di abbandonare il terreno dello scontro con l’Europa. Dopo i dazi minacciati nei mesi scorsi su vino e olio, ora la Casa Bianca alza il tiro sul digitale. In un post sul suo social Truth, il presidente americano ha avvertito che imporrà «dazi aggiuntivi sostanziali» alle esportazioni dei Paesi che «applicano tasse, leggi, norme o regolamenti sul digitale». Il messaggio, pur senza nominare direttamente Bruxelles, ha un unico destinatario: l’Unione Europea, che ha adottato il Digital Service Act (DSA) e il Digital Market Act (DMA), due normative considerate modello globale nella difesa dei diritti digitali, della privacy e della concorrenza.
Washington pretende che l’Europa smantelli il suo sistema di regole sovrane, elaborate per tutelare i cittadini e contenere lo strapotere delle Big Tech americane, minacciando altrimenti una nuova spirale di dazi. Una ripresa della guerra commerciale, condotta non per difendere principi generali di libero mercato, ma per proteggere gli interessi monopolistici delle proprie corporation tecnologiche: Apple, Google, Meta, Amazon.
Il paradosso è evidente. La stessa amministrazione Trump che chiede all’Europa di non “discriminare” i colossi statunitensi, lascia indisturbata la Russia di Putin e adotta nei confronti della Cina restrizioni durissime sull’export di microchip e tecnologie avanzate, giustificate con argomenti di sicurezza nazionale. Qui il doppio standard si rivela lampante: con Pechino il protezionismo diventa una bandiera legittima, con Bruxelles invece viene bollato come discriminazione, anche quando riguarda la tutela della privacy o il pluralismo del mercato.
La risposta della Commissione europea è stata ferma. «È diritto sovrano dell’Ue e dei suoi Stati membri di regolamentare le attività economiche sul proprio territorio», ha ribadito la portavoce Paula Pinho, ricordando che le leggi europee non fanno distinzione sul colore o sull’origine delle imprese. È un punto di principio: non è l’Europa a discriminare, è Washington a voler negare agli europei il diritto di fissare regole democratiche per il proprio spazio digitale.
Siamo di fronte, dunque, a un braccio di ferro che va oltre la questione tecnica dei dazi o delle regole. È un confronto politico e strategico sul modello di società digitale: da una parte l’Europa, che cerca di bilanciare innovazione e diritti; dall’altra gli Stati Uniti, che intendono trasformare il dominio tecnologico delle loro multinazionali in un’arma geopolitica, esercitando pressioni e minacce sugli alleati.Il governo italiano, naturalmente, tace.
La posta in gioco è altissima: non solo miliardi di euro di scambi commerciali, ma la sovranità stessa dell’Europa nello spazio digitale. Cedere significherebbe consegnare ai colossi americani il diritto di scrivere le regole del futuro, bypassando ogni principio di democrazia e autonomia europea.








